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Fiabe e racconti per i bambini......e non solo!
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mari27



Registrato: 17/06/04 17:49
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MessaggioInviato: Sab Mar 05, 2011 12:56    Oggetto: Rispondi citando


-


- In ogni bambino è nascosto un sogno di Dio -


( K. Gibran)


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mari27



Registrato: 17/06/04 17:49
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MessaggioInviato: Sab Mar 19, 2011 12:45    Oggetto: Rispondi citando


-
- Fiaba della buona notte -

- IL SOLE, LE NUVOLE E LE STELLE -

( di Caroline Sedgwick )

C’era una volta, in una terra molto, molto lontana, un paese dove pioveva sempre, pioveva e pioveva; con piogge torrenziali tutto il giorno, tutti i giorni, per anni ed anni. E proprio lì viveva un bambino piccino, in una casetta di montagna, con il suo papà ed il suo cagnolino.

Aveva nove anni e tutti i giorni della sua vita aveva piovuto e piovuto, per tutto il giorno e per tutta la notte.
Ti potresti immaginare di veder continuamente piovere e di essere sempre bagnato?

La gente gli diceva sempre che, prima che lui nascesse, c’era stata una cosa strana chiamata Sole. Il sole era una cosa grande, rotonda e gialla, che dava calore e luce a tutto e a tutti. Ed aveva sempre un sorriso sul suo grande volto, rotondo e giallo. E, vedendo il sorriso del sole, la gente lo guardava e gli restituiva il sorriso.





Il bambino piccino non poteva neanche immaginarsi l’idea di una cosa grande, rotonda, gialla e sorridente. E non poteva credere che la gente potesse guardarlo e sorridere, perché nel suo paesino nessuno sorrideva, sembravano tutti così tristi.
Un giorno, la gente incominciò a dire che il cielo sembrava un po’ più chiaro. Stava ancora piovendo e le nuvole nere erano ancora appese al cielo, pero sembrava davvero più chiaro.

Il giorno dopo, la gente incominciò a mormorare di più, dicendo che quel giorno stava piovendo di meno.
Il giorno dopo, piovve solo la metà.
Quello dopo ancora, piovigginò un po’ e le finestre gocciolavano di tanto in tanto.
E quello dopo, smise di piovere; il giorno dopo ancora tutte le nuvole erano bianche. Ancora un giorno e apparsero macchie di cielo azzurro.
All’improvviso non c’era neanche una nuvola e una cosa grande, rotonda e gialla aleggiava in cielo, regalando calore e luce a tutti.
E la gente guardava in alto e sorrideva al vederlo, perché aveva un sorriso enorme e raggiante.

E il bambino piccino si sedette sul suo letto e vide, attraverso la finestra, una cosa della quale aveva solo sentito parlare, nelle storie che potevano essere fiabe: Una cosa grande, rotonda e gialla in cielo con un gran sorriso sul volto. Dev’essere il sole! Disse il bambino, restituendo il sorriso. Corse in strada e vide che tutti stavano sorridendo.

E adesso…

A NANNA!


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mari27



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MessaggioInviato: Sab Apr 23, 2011 09:22    Oggetto: Rispondi citando


-





- I colori della Pasqua -

Pasqua è gialla come un pulcino,
come il collare di un cagnolino,
è rosa e allegra come un confetto,
come i bei fiori di quel rametto.
Pasqua è celeste come il mare e il cielo,
come la trama di questo velo,
è verde brillante come un bel prato,
come il trenino che ha appena sbuffato.
Pasqua è dipinta di tanti colori:
come i sorrisi dei nostri cuori.



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mari27



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MessaggioInviato: Gio Ago 04, 2011 09:37    Oggetto: Rispondi citando


-





L'Aquila e lo Scricciolo.

L'aquila e lo scricciolo stavano verificando chi dei due
potesse volare più alto.
Il vincitore sarebbe divenuto re degli uccelli.
Lo scricciolo partì per primo, dritto verso il cielo.
Ma l'aquila lo raggiunse, librandosi agevolmente
in grandi cerchi nell'aria.
Lo scricciolo era stanco, così, appena l’aquila passò,
zitto zitto si sistemò sull’ampio dorso dell’aquila.
Alla fine, l’aquila cominciò a stancarsi.
«Ma dove sei, scricciolo?», gridò.
«Sono qui», rispose lo scricciolo,
«solo un po’ più in alto di te».
Fu così che lo scricciolo vinse la gara.

Fiaba celtica -



[img]



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mari27



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MessaggioInviato: Mar Nov 29, 2011 11:25    Oggetto: Rispondi citando



-La cicala e la formica-


L'estate passava felice per la cicala che si godeva il sole sulle foglie degli alberi e cantava, cantava, cantava. Venne il freddo e la cicala imprevidente, si trovò senza un rifugio e senza cibo.

Si ricordò che la formica per tutta l'estate aveva accumulato provviste nella sua calda casina sotto terra. Andò a bussare alla porta della formica.

La formica si fece sulla porta reggendo una vecchia lampada ad olio.

- Cosa vuoi? - chiese con aria infastidita.

- Ho freddo, ho fame….- balbettò la cicala. Dietro di lei si vedeva la campagna innevata. Anche il cappello della cicala ed il violino erano pieni di neve.

- Ma davvero? - brontolò la formica - lo ho lavorato tutta l'estate per accumulare il cibo per l'inverno. Tu che cosa hai fatto in quelle giornate di sole?

- Io ho cantato!

- Hai cantato? - Bene… adesso balla!

La formica richiuse la porta e tornò al calduccio della sua casetta, mentre la cicala, con il cappello ed il violino coperti di neve, si allontanava, ad ali basse, nella campagna.

( Jean de La Fontaine )






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mari27



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MessaggioInviato: Mar Nov 29, 2011 11:28    Oggetto: Rispondi citando


- La cicala e la formica

La cicala che imprudente

tutta estate al sol cantò,

provveduta di niente

nell'inverno si trovò,

senza più un granello e senza

una mosca in la credenza.



Affamata e piagnucolosa

va a cercar della Formica

e le chiede qualche cosa,

qualche cosa in cortesia,

per poter fino alla prossima

primavera tirar via:

promettendo per l'agosto,

in coscienza l'animale,

interessi e capitale.



La Formica che ha il difetto

di prestar malvolentieri,

le dimanda chiaro e netto:

"Che hai fatto fino a ieri?"

"Cara amica a dire il giusto

non ho fatto che cantare

tutto il tempo. "Brava ho gusto;

balla adesso, se ti pare."






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mari27



Registrato: 17/06/04 17:49
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MessaggioInviato: Mar Nov 29, 2011 11:37    Oggetto: Rispondi citando


Alla formica

Chiedo scusa alla favola antica
se non mi piace l'avara formica.
Io sto dalla parte della cicala
che il più bel canto non vende, regala.

Rivoluzione
Ho visto una formica
in un giorno freddo e triste
donare alla cicala
metà delle sue provviste.

Tutto cambia: le nuvole,
le favole, le persone.....
La formica si fa generosa.....
E' una rivoluzione.


Gianni Rodari









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Marilina



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MessaggioInviato: Dom Dic 18, 2011 16:16    Oggetto: Rispondi citando


non sono una grande lettrice,un po' per mancanza di tempo e molto per pigrizia...ma uno dei libri piu' belli che ho letto prima in francese e poi in italiano è stato "il piccolo principe"
Stavo mettendo a posto la scrivanìa quando è caduto aprendosi sul capitolo della volpe e mi sono seduta a leggerlo...

In quel momento apparve la volpe.
"Buon giorno", disse la volpe.
"Buon giorno", rispose gentilmente il piccolo principe, voltandosi: ma non vide nessuno.
"Sono qui", disse la voce, "sotto al melo…."
"Chi sei?" domandò il piccolo principe, " sei molto carino…"
"Sono la volpe", disse la volpe.
" Vieni a giocare con me", disse la volpe, "non sono addomesticata".
"Ah! scusa ", fece il piccolo principe.
Ma dopo un momento di riflessione soggiunse:
" Che cosa vuol dire addomesticare?"
" Non sei di queste parti, tu", disse la volpe" che cosa cerchi?"
" Cerco gli uomini", disse il piccolo principe.
" Che cosa vuol dire addomesticare?"
" Gli uomini" disse la volpe" hanno dei fucili e cacciano. E' molto noioso!
Allevano anche delle galline. E' il loro solo interesse. Tu cerchi le galline?"
"No", disse il piccolo principe. " Cerco degli amici. Che cosa vuol dire addomesticare?"
" E' una cosa da molto dimenticata. Vuol dire creare dei legami…"
" Creare dei legami?"
" Certo", disse la volpe. " Tu, fino ad ora per me, non sei che un ragazzino uguale a centomila ragazzini. E non ho bisogno di te. E neppure tu hai bisogno di me. Io non sono per te che una volpe uguale a centomila volpi. Ma.se tu mi addomestichi, noi avremo bisogno uno dell'altro. Tu sarai per me unico al mondo, e io sarò per te unica al mondo."
" Comincio a capire", disse il piccolo principe. " C'è un fiore…. Credo che mi abbia addomesticato…"
"E' possibile", disse la volpe "capita di tutto sulla terra…"
"Oh! Non è sulla terra", disse il piccolo principe.
La volpe sembrò perplessa:
" Su un altro pianeta?"
" Sì"
" Ci sono dei cacciatori su questo pianeta?"
" No"
" Questo mi interessa! E delle galline?"
" No"
" Non c'è niente di perfetto", sospirò la volpe.
Ma la volpe ritornò alla sua idea:
" La mia vita è monotona. Io do la caccia alle galline, e gli uomini danno la caccia a me .Tutte le galline si assomigliano, e tutti gli uomini si assomigliano. E io mi annoio per ciò. Ma se tu mi addomestichi la mia vita,
sarà come illuminata. Conoscerò il rumore di passi che sarà diverso da tutti gli altri. Gli altri passi mi faranno nascondere sotto terra. Il tuo, mi farà uscire dalla tana, come una musica. E poi, guarda! Vedi, laggiù in
fondo, dei campi di grano? Io non mangio il pane e il grano, per me è inutile. I campi di grano non mi ricordano nulla. E questo è triste! Ma tu hai dei capelli color d'oro. Allora sarà meraviglioso quando mi avrai
addomesticato. Il grano, che è dorato, mi farà pensare a te. E amerò il rumore del vento nel grano…
"
La volpe tacque e guardò a lungo il piccolo principe:
" Per favore …..addomesticami", disse.
" Volentieri", rispose il piccolo principe, " ma non ho molto tempo, però.
Ho da scoprire degli amici e da conoscere molte cose".
" Non si conoscono che le cose che si addomesticano", disse la volpe." gli uomini non hanno più tempo per conoscere nulla. Comprano dai mercanti le cose già fatte. Ma siccome non esistono mercanti di amici, gli uomini non hanno più amici. Se tu vuoi un amico addomesticami!"
" Che bisogna fare?" domandò il piccolo principe.
" Bisogna essere molto pazienti", rispose la volpe.
" In principio tu ti sederai un po' lontano da me, così, nell'erba. Io ti guarderò con la coda dell'occhio e tu non dirai nulla. Le parole sono una fonte di malintesi. Ma ogni giorno tu potrai sederti un po' più vicino…."
Il piccolo principe ritornò l'indomani.
" Sarebbe stato meglio ritornare alla stessa ora", disse la volpe.
" Se tu vieni, per esempio, tutti i pomeriggi, alle quattro, dalle tre io comincerò ad essere felice. Col passare dell'ora aumenterà la mia felicità.
Quando saranno le quattro, incomincerò ad agitarmi e ad inquietarmi; scoprirò il prezzo della felicità! Ma se tu vieni non si sa quando, io non saprò mai a che ora prepararmi il cuore… Ci vogliono i riti".
" Che cos'è un rito?" disse il piccolo principe.
" Anche questa è una cosa da tempo dimenticata", disse la volpe.
" E' quello che fa un giorno diverso dagli altri giorni, un'ora dalle altre ore. C'è un rito, per esempio, presso i miei cacciatori. Il giovedì ballano con le ragazze del villaggio. Allora il giovedì è un giorno meraviglioso! Io
mi spingo sino alla vigna. Se i cacciatori ballassero in un giorno qualsiasi i giorni si assomiglierebbero tutti, e non avrei mai vacanza".
Così il piccolo principe addomesticò la volpe.
E quando l'ora della partenza fu vicina:
"Ah!" disse la volpe, "…Piangerò".
" La colpa è tua", disse il piccolo principe, "Io, non ti volevo far del male, ma tu hai voluto che ti addomesticassi…"
" E' vero", disse la volpe.
" Ma piangerai!" disse il piccolo principe.
" E' certo", disse la volpe.
" Ma allora che ci guadagni?"
" Ci guadagno", disse la volpe, " il colore del grano".
soggiunse:
" Va a rivedere le rose. Capirai che la tua è unica al mondo".
"Quando ritornerai a dirmi addio ti regalerò un segreto".
Il piccolo principe se ne andò a rivedere le rose.
"Voi non siete per niente simili alla mia rosa, voi non siete ancora niente" , disse.
" Nessuno vi ha addomesticato e voi non avete addomesticato nessuno. Voi siete come era la mia volpe. Non era che una volpe uguale a centomila altre.
Ma ne ho fatto il mio amico e ne ho fatto per me unica al mondo".
E le rose erano a disagio.
" Voi siete belle, ma siete vuote", disse ancora. " Non si può morire per voi. Certamente, un qualsiasi passante crederebbe che la mia rosa vi rassomigli, ma lei, lei sola, è più importante di tutte voi, perché è lei
che ho innaffiata. Perché è lei che ho messa sotto la campana di vetro, Perché è lei che ho riparato col paravento. Perché su di lei ho ucciso i bruchi (salvo due o tre per le farfalle). Perché è lei che ho ascoltato
lamentarsi o vantarsi, o anche qualche volta tacere. Perché è la mia rosa" E ritornò dalla volpe.
" Addio", disse.
"Addio", disse la volpe. "Ecco il mio segreto. E' molto semplice: non si vede bene che col cuore. L'essenziale è invisibile agli occhi".
" L'essenziale è invisibile agli occhi", ripeté il piccolo principe, per ricordarselo.
" E' il tempo che tu hai perduto per la tua rosa che ha fatto la tua rosa così importante".
"E' il tempo che ho perduto per la mia rosa…" sussurrò il piccolo principe per ricordarselo.
" Gli uomini hanno dimenticato questa verità. Ma tu non la devi dimenticare.
Tu diventi responsabile per sempre di quello che hai addomesticato. Tu sei responsabile della tua rosa…"
" Io sono responsabile della mia rosa…." Ripetè il piccolo principe per ricordarselo.

Antoine de Saint-exupérie

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mari27



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MessaggioInviato: Gio Dic 22, 2011 14:16    Oggetto: Rispondi citando







- Il mago di Natale -


S'io fossi il mago di Natale
farei spuntare un albero di Natale
in ogni casa, in ogni appartamento
dalle piastrelle del pavimento,
ma non l'alberello finto,
di plastica, dipinto
che vendono adesso all'Upim:
un vero abete, un pino di montagna,
con un po' di vento vero
impigliato tra i rami,
che mandi profumo di resina
in tutte le camere,
e sui rami i magici frutti: regali per tutti.


Poi con la mia bacchetta me ne andrei
a fare magie
per tutte le vie.
In via Nazionale
farei crescere un albero di Natale
carico di bambole
d'ogni qualità,
che chiudono gli occhi
e chiamano papà,
camminano da sole,
ballano il rock an'roll
e fanno le capriole.
Chi le vuole, le prende:
gratis, s'intende.

In piazza San Cosimato
faccio crescere l'albero
del cioccolato;
in via del Tritone
l'albero del panettone
in viale Buozzi
l'albero dei maritozzi,
e in largo di Santa Susanna
quello dei maritozzi con la panna.

Continuiamo la passeggiata?
La magia è appena cominciata:
dobbiamo scegliere il posto
all'albero dei trenini:
va bene piazza Mazzini?
Quello degli aeroplani
lo faccio in via dei Campani.


Ogni strada avrà un albero speciale
e il giorno di Natale
i bimbi faranno
il giro di Roma
a prendersi quel che vorranno.
Per ogni giocattolo
colto dal suo ramo
ne spunterà un altro
dello stesso modello
o anche più bello.
Per i grandi invece ci sarà
magari in via Condotti
l'albero delle scarpe e dei cappotti.

Tutto questo farei se fossi un mago.

Però non lo sono
che posso fare?

Non ho che auguri da regalare:
di auguri ne ho tanti,
scegliete quelli che volete,
prendeteli tutti quanti.


- Gianni Rodari -


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mari27



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MessaggioInviato: Dom Dic 25, 2011 20:29    Oggetto: Rispondi citando


Il racconto della Stella di Natale

In un piccolo villaggio messicano viveva una bambina di nome Altea, Giunse la notte di Natale e tutti andarono in chiesa con un piccolo dono per Gesù» Solo Altea rimase a casa perché non aveva nulla da donargli. All'improvviso apparve un angelo. «Perché sei così triste?» chiese alla bambina.

"Perché non ho nulla da portare a Gesù!" rispose Altea. Allora l'angelo le disse: "Tu hai una cosa molto importante da donare a Gesù: il tuo amore. Raccogli le frasche che crescono ai bordi della strada e portale in chiesa. Vedrai, il tuo dono sarà il più bello di tutti."
Altea fece come le aveva detto l'angelo e depose un mazzo di frasche davanti alPaltare. Mentre la bambina pregava le frasche si trasformarono in una pianta meravigliosa con foglie verdi e rosse: era nata la Stella di Natale.






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genziana



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MessaggioInviato: Lun Dic 26, 2011 16:06    Oggetto: ho scovato una fiaba anch'io :-) BUONE FESTE! vegetariane ;) Rispondi citando



        ... L'OCA DI NATALE

Nella grande cucina nera di fumo un’oca grassa e bianca sonnecchiava nel gabbiotto di legno intrecciato. A fatica il suo corpo rotondo stava rannicchiato tra le sbarre, il collo piegato e quasi nascosto dall’ala, mentre le zampe come schiacciate dal peso affioravano appena tra le sue piume arruffate.

Venne il gatto di casa a domandare:

- Che fai oca? Oca che fai? -

E l’oca a fatica si riscosse da quel suo sonno che pareva un sogno, liberò il capo dall’ala e molto lentamente disse:

- Non faccio nulla, aspetto -

- Che stupida – ribatté il gatto, limandosi le unghie nel graticcio del gabbiotto – non sai che oggi è la vigilia di Natale? -

L’oca si lisciò un poco la piuma dell’ala col becco aguzzo.

- E non sai che questo è l’ultimo giorno per te? Tra poco verrà la padrona e ti tirerà il collo, ti spennerà, ti tufferà nell’acqua bollente, ti farà a pezzi e ti cuocerà in fricassea per il pranzo di Natale -

- E immagino che tu – disse l’oca – mangerai i miei avanzi e magari berrai un po’ del mio sangue mentre la padrona mi uccide -

- Immagini bene, oca, e sei davvero stupida poiché nessuno, sapendo di morire, si metterebbe a dormire come fai tu -

- Hai ragione, nessuno – disse ancora l’oca e infilandosi di nuovo il capino sotto l’ala si rimise a dormire.

Il gatto se n’andò, scuotendo la testa, e s’acciambellò vicino al focolare. Di solito, la vigilia di Natale era proprio contento per tutto quello che avrebbe potuto mangiare e per tutte le carezze che avrebbe ricevuto e per le luci del presepe e i canti dei bambini e le favole raccontate accanto al camino al calore del grande ceppo. Di solito… ma quell’oca lo innervosiva proprio, ecco… perché se ne stava così calma e tranquilla invece di tremare come le altre oche dei Natali passati… era stupida, mille volte stupida… non sapeva neanche valutare la sua sfortuna, forse non se ne rendeva neppure conto. La chiamò:

- Oca… oca… -

Non avrebbe dovuto farlo ma la chiamò e quella stupida rispose:

- Che vuoi, gatto? -

Non poteva starsene zitta?

- Voglio sapere perché non hai paura… -

- Ho vissuto bene, perché dovrei averne? -

- Ma tutti hanno paura della morte… -

- Bè, certo – disse l’oca – sollevando un poco il capo – ne ho anch’io ma posso accettare il mio destino perché, vedi, mi sembra d’aver ben vissuto, ho amato e sono stata amata, ho ricevuto e ho dato, e anche nella morte sono stata fortunata perché non sarò un qualsiasi arrosto ma un arrosto di Natale, che te ne pare? -

- Sei proprio stupida, ecco quel che mi pare… -

- E comunque mio caro gatto io non morirò perché le mie piume entreranno nel letto della padrona per renderlo più morbido e lì si incontreranno con le piume di mia madre e di mia nonna e di mia bisnonna. Generazioni di oche dormono in quel letto e rendono da anni un buon servizio agli uomini ma tu stesso puoi dire altrettanto? A che servirai tu e chi hai amato? -

- Sciocchezze – borbottò il gatto e se n’andò a ciondolare sul cuscino di una sedia.

Un rumore improvviso di passi gli fece rizzare le orecchie. La padrona era entrata con la sua bambina.

- Mamma – diceva la bambina – guarda com’è bella? Non vedi… -

- E’ solo un’oca però… e di solito a Natale si mangia… -

- Ma è la mia oca, la mia oca Gelsomina… io le voglio tanto bene, giochiamo insieme da tanto tempo… mamma… non essere cattiva a Natale… -

- Ma non è cattiveria, tesoro, le oche sono fatte per essere mangiate… -

La bambina si era messa a piangere:

- Non è vero le oche non sono fatte per essere mangiate, non la mia oca Gelsomina… no… no… che brutto Natale, che direbbe Gesù Bambino… oh mamma, ti prego… -

- Ma che pranzo di Natale sarebbe? Senza l’oca, non è mai successo, che dirà piuttosto la nonna… e papà? -

- Oh, papà sarà contento perché anche a lui Gelsomina piace, ti prego mamma… per una volta al posto dell’oca non puoi cucinare qualcos’altro? Le lenticchie che portano fortuna… o i cavolini al burro… o qualche torta di verdura come sai fare tu… ti prego… -

E così dicendo la bambina liberò dal gabbiotto Gelsomina e se la portò via.

- Torna subito qui con l’oca – gridò la mamma.

- No invece, porto Gelsomina nella mia stanza, qualche volta devono comandare anche i bambini, almeno a Natale mamma… lasciateci comandare almeno a Natale, se comandassimo noi il mondo sarebbe più bello e anche se comandasse Gelsomina… -

- Il mondo comandato da un’oca – pensò il gatto – che sconquasso sarebbe!
E il Natale senza l’oca coma sarà? Che schifo! Lenticchie e cavoli al burro, come siamo caduti in basso… -

Tuttavia, in fondo in fondo, non gli dispiaceva; diavolo di un’oca era riuscita a rammollire anche lui…



fiaba raccontata nel web da Antonietta
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MessaggioInviato: Lun Dic 26, 2011 19:38    Oggetto: Rispondi citando


-

.......fiaba: l'oca di Natale!...........

...decisamente molto bella, grazie Genziana!


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Marilina



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MessaggioInviato: Lun Dic 26, 2011 21:18    Oggetto: Rispondi citando


Very Happy dolcissima...
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MessaggioInviato: Gio Gen 05, 2012 10:51    Oggetto: Rispondi citando





Filastrocca della Befana


La Befana è una vecchietta,
linda arzilla e piccoletta;
va discinta ha in man la sacca,
porta scarpe alla polacca.
Lo sciallino ha sulla vesta
e la cuffia porta in testa;
ratta va senza che faccia
sulla neve alcuna traccia.

E si cala pei camini
nè si sporca i vestitini;
alla sacca dà di piglio
dove stanno in iscompiglio
cavallucci pupazzetti
palle bambole e confetti
e li pone tra gli alari
degli spenti focolari.

I fanciulli sul mattino
tutti corrono al camino
e a quei doni misteriosi
restan timidi e pensosi
esclamando: "Cosa strana!
Chi sarà questa Befana?".



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mari27



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MessaggioInviato: Gio Feb 02, 2012 11:06    Oggetto: Rispondi citando


-

- La fiaba del bucaneve -



Era inverno, l'aria era fredda, il vento tagliente, ma in casa si stava bene e faceva caldo; e il fiore stava in casa, nel suo bulbo sotto la terra e sotto la neve.
Un giorno cadde la pioggia, le gocce penetrarono oltre la coltre di neve fino alla terra, toccarono il bulbo del fiore, gli annunciarono il mondo luminoso di sopra; presto il raggio di sole, sottile e penetrante, passò attraverso la neve fino al bulbo e bussò.
«Avanti!» disse il fiore.
«Non posso» rispose il raggio «non sono abbastanza forte per aprire, diventerò più forte in estate.»
«Quando verrà l'estate?» chiese il fiore, e lo chiese di nuovo ogni volta che un raggio di sole arrivava laggiù. Ma c'era ancora tanto tempo prima dell'estate, la neve era ancora lì e ogni notte l'acqua gelava.
«Quanto dura!» disse il fiore. «Io mi sento solleticare, devo stendermi, allungarmi, aprirmi, devo uscire! Voglio dire buongiorno all'estate; sarà un tempo meraviglioso!»
Il fiore si allungò e si stirò contro la scorza sottile che l'acqua aveva ammorbidito, la neve e la terra avevano riscaldato, il raggio di sole aveva punzecchiato; così sotto la neve spuntò una gemma verde chiaro, su uno stelo verde, con foglioline grosse che sembravano volerla proteggere. La neve era fredda, ma tutta illuminata, e era così facile attraversarla, e sopraggiunse un raggio di sole che aveva più forza di prima.
«Benvenuto, benvenuto!» cantavano e risuonavano tutti i raggi, e il fiore si sollevò oltre la neve nel mondo luminoso. I raggi lo accarezzarono e lo baciarono, così si aprì tutto, bianco come la neve e adorno di striscioline verdi. Piegava il capo per la gioia e l'umiltà.
«Bel fiore» cantavano i raggi «come sei fresco e puro! Tu sei il primo, l'unico, sei il nostro amore. Tu annunci l'estate, la bella estate in campagna e nelle città. Tutta la neve si scioglierà; i freddi venti se ne andranno. Noi domineremo. Tutto rinverdirà, e tu avrai compagnia, il lillà, il glicine e alla fine le rose; ma tu sei il primo, così delicato e puro!»
Era proprio divertente. Era come se l'aria cantasse e risuonasse, come se i raggi di sole penetrassero nei suoi petali e nel suo stelo, lui era lì, così sottile e delicato e facile a spezzarsi, eppure così forte, nella sua giovanile bellezza; era lì in mantello bianco e nastri verdi, e lodava l'estate.
Ma c'era ancora tempo prima dell'estate; nuvole nascosero il sole, e venti taglienti soffiarono sul fiorellino.
«Sei arrivato troppo presto!» dissero il vento e l'aria. «Noi abbiamo ancora il potere, dovrai adattarti! Saresti dovuto rimanere chiuso in casa, non dovevi correre fuori per farti ammirare, non è ancora tempo.»
C'era un freddo pungente! I giorni che vennero non portarono un solo raggio di sole, c'era un tale freddo che ci si poteva spezzare, soprattutto un fiorellino così delicato. Ma in lui c'era molta più forza di quanto lui stesso sospettasse, era la forza della gioia e della fede per l'estate che doveva giungere, che gli era stata annunciata da una profonda nostalgia e confermata dalla calda luce del sole; quindi resistette con la sua speranza, nel suo abito bianco sulla bianca neve, piegando il capo quando i fiocchi cadevano pesanti e fitti, quando i venti gelati soffiavano su di lui.
«Ti spezzerai!» gli dicevano. «Appassirai, gelerai! Perché hai voluto uscire? perché non sei rimasto chiuso in casa? Il raggio di sole ti ha ingannato. E adesso ti sta bene, fiorellino che hai voluto bucare la neve!»
«Bucaneve!» ripeté quello nel freddo mattino.
«Bucaneve!» gridarono alcuni bambini che erano giunti nel giardino «ce n'è uno, così grazioso, così carino, è il primo, l'unico!»
Quelle parole fecero bene al fiore, erano come caldi raggi di sole.
Il fiore, preso dalla sua gioia, non si accorse neppure d'essere stato colto; si trovò nella mano di un bambino, venne baciato dalle labbra di un bambino, poi fu portato in una stanza riscaldata, osservato da occhi affettuosi, e messo nell'acqua: era così rinfrescante, così ristoratrice, e il fiore credette improvvisamente d'essere entrato nell'estate.
La fanciulla della casa, una ragazza graziosa che era già stata cresimata, aveva un caro amico che pure era stato cresimato e che ora studiava per trovarsi una sistemazione.
«Sarà lui il mio fiorellino beffato dall'estate!» esclamò la fanciulla, prese quel fiore sottile e lo mise in un foglio di carta profumato su cui erano scritti dei versi, versi su un fiore che cominciavano con “fiorellino beffato dall'estate” e terminavano con “beffato dall'estate”.
“Caro amico, beffato dall'estate!” Lei lo aveva beffato d'estate.
Tutto questo fu scritto in versi e spedito come una lettera; il fiore era là dentro e c'era proprio buio intorno a lui, buio come quando era nel bulbo.
Il fiore viaggiò, si trovò nei sacco della posta, venne schiacciato, premuto; non era affatto piacevole, ma finì.
Il viaggio terminò, la lettera fu aperta e letta dal caro amico lui era molto contento, baciò il fiore che fu messo insieme ai versi in un cassetto, insieme a tante altre belle lettere che però non avevano un fiore; lui era il primo, l'unico, proprio come i raggi del sole lo avevano chiamato: com'era bello pensarlo!
Ebbe la possibilità di pensarlo a lungo, e pensò mentre l'estate finiva, e poi finiva il lungo inverno, e venne estate di nuovo, e allora fu tirato fuori.
Ma il giovane non era affatto felice; afferrò i fogli con violenza, gettò via i versi, e il fiore cadde sul pavimento, piatto e appassito; non per questo doveva essere gettato sul pavimento! Comunque meglio lì che nel fuoco, dove tutti i versi e le lettere finirono.
Cosa era successo? Quello che succede spesso. Il fiore lo aveva beffato, ma quello era uno scherzo; la fanciulla lo aveva beffato, e quello non era uno scherzo; lei si era trovato un altro amico nel mezzo dell'estate.
Al mattino il sole brillò su quel piccolo bucaneve schiacciato che sembrava dipinto sul pavimento.
La ragazza che faceva le pulizie lo raccolse e lo mise in uno dei libri appoggiati sul tavolo, perché credeva ne fosse caduto mentre lei faceva le pulizie e metteva in ordine. Il fiore si trovò di nuovo tra versi stampati, e questi sono più distinti di quelli scritti a mano, per lo meno costano di più.
Così passarono gli anni e il libro rimase nello scaffale; poi venne preso, aperto e letto; era un bel libro: erano versi e canti del poeta danese Ambrosius Stub, che vale certo la pena di conoscere.
L'uomo che leggeva quel libro girò la pagina.
«Oh, c'è un fiore!» esclamò «un bucaneve! È stato messo qui certamente con un preciso significato; povero Ambrosius Stub! Anche lui era un fiore beffato, una vittima della poesia. Era giunto troppo in anticipo sul suo tempo, per questo subì tempeste e venti pungenti, passò da un signore della Fionia all'altro, come un fiore in un vaso d'acqua, come un fiore in una lettera di versi! Fiorellino, beffato dall'estate, zimbello dell'inverno, vittima di scherzi e di giochi, eppure il primo, l'unico poeta danese pieno di gioventù. Ora sei un segnalibro, piccolo bucaneve! Certo non sei stato messo qui a caso!»
Così il bucaneve fu rimesso nel libro e si sentì onorato e felice sapendo di essere il segnalibro di quel meraviglioso libro di canti e apprendendo che chi per primo aveva cantato e scritto di lui, era pure stato un bucaneve, beffato dall'estate e vittima dell'inverno. Il fiore capì naturalmente tutto a modo suo, proprio come anche noi capiamo le cose a modo nostro.
Questa è la fiaba del bucaneve.


( Andersen )



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