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ALESSANDRO PREZIOSI recita CESARE PAVESE poesia festival'08
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Autore Messaggio
Maura



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MessaggioInviato: Ven Set 19, 2008 15:54    Oggetto: Rispondi citando


PREZIOSISSIMA ED INSOSTITUIBILE GIULIANA,
MI STA FACENDO CONOSCERE LUOGHI E STORIE A ME SCONOSCIUTI
DELLA MIA REGIONE , GRAZIE GRAZIE ANCORA



BACI
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genziana



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MessaggioInviato: Sab Set 20, 2008 05:03    Oggetto: ALESSANDRO PREZIOSI recita CESARE PAVESE Poesia Festival '08 Rispondi citando



      oggi 9 settembre 1908, nasceva a S. Stefano Belbo (Cuneo)

      uno dei più importanti intellettuali del '900, poeta, scrittore,

      così vivo tra i giovani, studiato e amato in Italia e all'estero!

      per ricordare a cento anni dalla nascita Cesare Pavese





Il francobollo, che fa il suo esordio negli uffici postali oggi in occasione del primo giorno di emissione, è del valore di 0,65 euro e sarà stampato in 3 milioni e 500mila esemplari. Riproduce un ritratto dello scrittore e, sullo sfondo, alcuni versi del manoscritto originale della poesia "Hai un sangue, un respiro", una fra le più frequentate e amate fra quelle pubblicate postume nella raccolta "Verrà la morte e avrà i tuoi occhi". Il nuovo francobollo è stato disegnato da Rita Morena.


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L'ultima modifica di genziana il Sab Set 27, 2008 15:31, modificato 1 volta
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nanà



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MessaggioInviato: Sab Set 20, 2008 20:23    Oggetto: messaggio Rispondi citando


Un'altro lavoro per Alessandro, dove la sua personalità istrionica non si farà desiderare.
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genziana



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MessaggioInviato: Lun Set 22, 2008 11:41    Oggetto: ALESSANDRO PREZIOSI: 'Il Mestiere d'Amare' per CESARE PAVESE Rispondi citando



          LE MUSICHE DEL RECITAL affidate a:





                ANDREA FARRI

Nato a Roma nel febbraio '82, bilingue spagnolo, Andrea Farri studia armonia e composizione alla Scuola di Musica Popolare di Testaccio (il suo maestro è il jazzista Andrea Alberti).

Due sono le correnti musicali che lo influenzano maggiormente: l’impressionismo di inizio ‘900 e la musica languida e decadente delle balere della Riviera nel secondo dopoguerra.

Figlio d’arte, inizia a scrivere musiche per il teatro fin da giovanissimo. Nel 2004 firma la sua prima colonna sonora cinematografica, nel mondo della musica leggera collabora con Nada, L’Aura, Claudio Coccoluto e Remo Remotti.

Laureato in Storia Contemporanea all’Università di RomaTre, ha fatto anche numerose esperienze da Ass.te alla regia (tra cui La tigre e la neve di Roberto Benigni).

Nel 2006 musica i corti di Jean Vigo (Taris e A propos de Nice) debuttando con grande successo al Batik Film Festival.

Andrea all’età di 25 anni ha firmato più di 30 colonne sonore tra teatro, cinema e documentari, collaborando tra gli altri con Massimo Wertmuller, Lucia Poli, Stefano Benni, ElleKappa, Matteo Rovere, Anna Ferruzzo, Cosimo Messeri, Remo Remotti, Valentino Orfeo, Fabrizio Bancale, Stefano Chiodini, Emiliano Pellisari, Paolo Poli, Paolo Terni, Lidia Ravera, Valeria Moretti, Stefano Mencherini, Edoardo Winspeare, Marcella Libonati, Alda Merini, Paola Columba, Compagnia Denoma.



La stesura della DRAMMATURGIA è di TOMMASO MATTEI; produzione KHORA.teatro

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genziana



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MessaggioInviato: Lun Set 22, 2008 16:56    Oggetto: ALESSANDRO PREZIOSI recita CESARE PAVESE Poesia Festival '08 Rispondi citando



ha scritto:



LA REPUBBLICA — 15 marzo 2008 - pagina 57 - sezione: CULTURA



    PAVESE - Quel segreto amore di gioventù


Anche lei era di Santo Stefano Belbo. Aveva nove anni più di lui. Rimangono tracce nelle lettere e in un appunto del "Mestiere di vivere". Prima di incontrare la "donna con la voce rauca" lo scrittore ebbe una storia con una giovane insegnante, Elena Scagliola

ALBA - Cesare Pavese ebbe grandi e tormentati amori, come rivelano la sua corrispondenza, il diario, le biografie a lui dedicate: da Tina Pizzardo a Fernanda Pivano, da Bianca Garufi a Costance Dowling. Ma nella sua vita ci fu un'altra donna, la cui identità è rimasta sconosciuta fino a oggi per varie ragioni: innanzitutto la precoce morte di lei, avvenuta appena tre anni dopo il suicidio dello scrittore, e quindi la decisione, da parte di una sorella, di bruciare le lettere inviatele da Pavese dagli inizi degli anni Trenta, probabilmente a partire dal 1932, al 1942. Il tempo cancella, tuttavia a volte restituisce qualche frammento, magari per una semplice casualità: un pronipote, Paolo Scagliola, ha scoperto in casa, ad Alba, le copie di alcune poesie che Pavese aveva dato a lei. Ne ha parlato con Ugo Roello, a lungo responsabile della Biblioteca «Luigi Einaudi» di Dogliani e appassionato cultore pavesiano. I due sono andati a trovare l'avvocato Igino Scagliola, l'anziano fratello della donna, nonché nonno di Paolo. Così la figura di Elena Scagliola è riemersa dall'oblio. è la storia di una giovane donna (era nata nel 1899) bruna e minuta, libera (amava fumare il toscanello), vivace e piuttosto colta rispetto alla maggioranza delle coetanee dell' epoca, che non aveva esitato ad andare a vivere da sola per qualche mese in Francia per potere perfezionare il suo francese, che avrebbe insegnato. Era nata e cresciuta in una agiata famiglia di commercianti di vino di Santo Stefano Belbo, lo stesso paese natio di Pavese, più giovane di nove anni. I ricordi dell'avvocato Scagliola sono stati fondamentali. Il Centro studi «Gozzano-Pavese» dell'Università di Torino, diretto dalla professoressa Mariarosa Masoero, ha consentito poi di consultare le lettere (nove), le cartoline (quattro), un telegramma e un biglietto postale che Elena spedì a Cesare fino al 1942. Fu un vero amore? Per un certo periodo, sicuramente. Non soltanto perché lei, il 18 gennaio del 1937, da Fano, dove si era trasferita per lavoro, gli domandava in un biglietto: «Perché non scrivi? Sono in pensiero. Fatti vivo anche con un semplice saluto». E il primo gennaio del 1938, ricevendo una copia di Lavorare stanca con la dedica «a Elena», gli scriveva con nostalgia «... tu già vivi tra i miei ricordi più cari». Oppure perché ancora nel marzo del ' 38 gli faceva sapere: «Carissimo Pavese, sei il ricordo più bello della mia vita». C'è dell'altro. Soprattutto tre lettere dell'autore de La luna e i falò, conservate tra le sue carte e successivamente pubblicate nel volume einaudiano delle Lettere 1924-1944, che testimoniano l'intensità della relazione. Risalenti al settembre-ottobre del 1932 e indirizzate a una certa E., che nelle note dei curatori dell'epistolario viene definita «collega di Pavese nell' insegnamento», contengono frasi eloquenti: «Sono stato male tutto il giorno a non vederti sulla strada di Crevacuore»; «Fa, E., che tutto non finisca qui: dammi una probabilità di amarti meglio, di esserti più fedele nei miei pensieri, più degno di te!»; «... io non dimenticherò mai una sola cosa: che ti ho insegnato - ti ho costretta - a baciarmi sulla bocca. Ho sentito contro le mie braccia, svegliarsi in te una vita nuova». Si amarono. L'apice della relazione coincise con i giorni trascorsi a Bra, dove entrambi avevano ottenuto una supplenza. In seguito la passione si stemperò in una amicizia affettuosa, anche perché, nel frattempo, Pavese si era invaghito di Tina Pizzardo, la «donna dalla voce rauca». Fu la guerra, con ogni probabilità, a separarli per sempre. C'è un appunto di Pavese, ne Il mestiere di vivere, risalente al 26 gennaio del 1938, che parrebbe indicare l'incrinarsi del loro rapporto: «Oseresti tu causare tanto male? Ricorda come hai congedato Elena. Ma tutto è ambivalente. L'hai congedata per virtù o per vigliaccheria?». Sembra scontato che il riferimento sia alla E. delle lettere d'amore del '32. L'avvocato Scagliola, che ha novantasei anni e una memoria straordinaria, non sa quando tramontò la passione fra sua sorella e lo scrittore. Rammenta benissimo invece la prima volta che lo vide in casa sua, a Santo Stefano Belbo, vicino alla ferrovia. Era il periodo in cui Pavese veniva a trascorrere qualche giorno nel suo paese, affittando una stanza alla trattoria della stazione, nei pressi dell'abitazione di Elena. Racconta l' avvocato: «Doveva essere settembre, si era all'imbrunire. Rientravo dopo avere fatto la mia partita di biliardo. In salotto trovai tutto buio. In un angolo mia mamma sonnecchiava su una poltrona. Pavese e mia sorella erano seduti sul divano, lui stava con le braccia dietro la testa, appoggiato allo schienale, e guardava verso il soffitto. Nessuno parlava. Ho acceso la luce, ci siamo salutati. Dopo, quando Pavese se ne è andato, ho chiesto a mia madre che cosa avesse detto ad Elena. E lei, con il suo accento genovese: "In due ore non ha detto una parola". Ma è probabile che non parlassero perché non erano soli, come avrebbero preferito». Prosegue l'avvocato Scagliola: «Volete sapere che tipo di rapporto ci fu fra Elena e Pavese?». Sorride, risponde: «Qualcosa di più di un'amicizia, un po' di più. Anche se tra loro c'era pure un' attrazione sul piano intellettuale. Elena, del resto, era la più istruita e la più libera della famiglia». Elena morì nel 1953, dopo essersi sposata con un cugino nel 1947. «Quando mia sorella Gisella riordinò le sue carte, si imbatté nelle lettere di Pavese. E volle bruciarle», ricorda. «Perché lo fece? Per rispetto verso Elena». Del loro amore, allora, scomparve ogni traccia. Conclude Igino Scagliola: «Mi chiederete perché questa storia non era venuta alla luce. Ve lo spiego subito: nessuno mi aveva mai chiesto di raccontarla». Ora, grazie anche a lui, l'amore fra Elena e Cesare ritrova la tenerezza e le illusioni di una bella estate.

MASSIMO NOVELLI





    [Nella foto: Elena è la prima da destra]


        “Cara Elena ti bacio come vuoi tu”

MASSIMO NOVELLI

«Voglio dirti un grazie grosso per il tuo volume ricevuto ieri con tanta puntualità. Sei stato molto gentile e ti confesso che quel tuo “a Elena” mi ha commosso e nella sua solenne semplicità mi ha rammentato le tue parole “puoi esserne lusingata”. Sì, lo sono e ne sono molto lieta».
E’ il primo gennaio del 1938, quando Elena Scagliola manda a Cesare Pavese la “prima lettera che scrivo di quest’anno”.
Non sono più i giorni dolci del settembre 1932, in cui lo scrittore le confessava la sua sofferenza per non averla incontrata “sulla strada di Crevacuore” e si faceva ardente, dicendole: “Ti bacio così, come vuoi tu, anche se sei stata cattiva a non venire sulla strada di Crevacuore”. Nel 1938, in ogni caso, Pavese è sempre nel suo cuore se gli scrive a proposito del volume di Lavorare stanca speditole da lui: “… in quella mia cameretta d’albergo, dove già vivi tra i miei ricordi più cari, leggerò e rivivrò quella che troverò più particolarmente poesia del tuo animo”.
Significativa è dunque la lettera di Elena del 25 marzo, che fa comprendere come i due si fossero rivisti a Torino: “Carissimo Pavese, tu sei il ricordo più bello della mia vita non per grazia o volontà tua ma per forza di cose. Ero venuta a cercarti non per trovare un sentimentale o uno spasimante. Se avessi un concetto di me, il solo fatto che ero stata io la prima a cercarti, doveva assicurarti sulla mia padronanza a riguardo. Ero venuta a cercarti per ritrovare in te l’amico con cui parlare delle nostre cose presenti e passate. Si, magari anche delle passate tanto più che questo spazio di tempo le aveva tanto mutate”. Di sicuro cambiate dall’autunno del ’32, che ispirava così Pavese: “E se tu verrai ancora da me, ti stringerò ancora, saremo ancora felici, come nei pochi momenti furtivi che ti rubavo uno sguardo, una carezza o un pensiero. Scrivimi quello che pensi tu in questi giorni, sarà come baciarti





LA REPUBBLICA — 24 ottobre 2001 - pagina 1 - sezione: TORINO


    Ecco Connie l'amore americano di Pavese

Pinolo Scaglione, il suo amico Nuto del romanzo più bello, il falegname che suonava il clarinetto e sapeva tutte le feste, aveva cercato di metterlo in guardia: «Ma con tante brave ragazze delle Langhe, proprio un'attrice!». Però Cesare niente, era «innamorato cotto» di quella «donna molto intelligente», che «dopo aver letto La luna e i falò mi ha chiesto: Cesare, ma ci sono veramente questi posti, le Langhe, il Cinto, il Valino, la Santina? E quel tuo amico, il Nuto, ha proprio il muso del gatto?». Nuto aveva il muso del gatto, lui, Cesare Pavese, il volto triste.



E lei, l'estremo suo perduto amore, l'attrice americana Costance Dowling, era irrequieta, libera e senza nessuna voglia di legarsi. Annoterà Pinolo in una memoria: «Con tanta speranza, Pavese, nel mese di agosto 1950 l'ultimo mese di sua vita, è ancora andato a Roma, ma la sua bella era già partita per l' America. Connie come lui chiamava rifiutava di sposarlo». A Connie Dowling, che Pavese aveva conosciuto a Roma nel 1949 insieme alla sorella Doris, Lorenzo Ventavoli e Alda Grimaldi, vecchia amica dello scrittore, hanno dedicato un film di montaggio di 34 minuti, «poor strong clever desperate woman fighting for your life», che verrà proiettato oggi pomeriggio a Torino, all'Archivio di Stato, nel corso del convegno internazionale su Pavese che si tiene da questa mattina a sabato (venerdì e sabato a Santo Stefano Belbo). Promosse dal ministero per i Beni Culturali, dal Comitato nazionale per lo studio e la valorizzazione dell'opera di Pavese, dall'Università Torinese, dal Centro Studi Pavese e dal Comune di Santo Stefano Belbo, le quattro giornate propongono una lettura pavesiana a più livelli, con la presenza di numerosi importanti studiosi del romanziere e poeta langarolo. Tra le curiosità del convegno - visto che d'inedito, di Pavese, ormai c'è ben poco - è da segnalare la scoperta della sua traduzione di Passage to India di Walt Whitman.

MASSIMO NOVELLI






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genziana



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MessaggioInviato: Mer Set 24, 2008 12:59    Oggetto: ALESSANDRO PREZIOSI recita CESARE PAVESE Poesia Festival '08 Rispondi citando



ha scritto:




The town where the Cesare Pavese legend lives on




By Elisabetta Povoledo
Published: September 23, 2008


Santo Stefano Belbo, Italy: A photocopy of the suicide note that Cesare Pavese left when he took his life on the night of Aug. 26, 1950, hangs on a wall here, in the house where he was born. It reads: "I forgive everyone and ask everyone's forgiveness. O.K.? Don't gossip too much."

It was a last request that would never be heeded. The combination of Pavese's tormented life and his acclaim as one of the country's major 20th-century poets and authors has meant that he's still a talked-about figure in Italy. Particularly now, as a series of commemorations mark the 100th anniversary of his birth, on Sept. 7.

"There's always been lots of discussion about his private life, his love stories and his politics, but we should speak about Pavese as a writer, poet and narrator," said Luigi Gatti, president of the association that runs the Pavese museum in this vineyard-covered corner of Piedmont where the author spent the first years of his life. "We should stop talking about his human frailties and defects and focus on the fact that he was a great writer."





That may be. But part of Pavese's lasting appeal is undoubtedly wrapped up in his anguished life and the final act that ended it one summer night in a hotel room in Turin.

His biography continues to draw thousands of fans to Pavese's native Langhe hills on reverent literary pilgrimages, seeking out the sights and sounds of the places and hardscrabble people that the author mythicized in his work.

In Pavese land, tourists quote passages from his books and poems from memory as they traipse among the landmarks of his fiction. They pore over Pavese memorabilia, even though much of what they're looking at is a facsimile (including the furniture in the museum, which dates to the pre-World War I period during which Pavese lived here but was not his).

"Is that her? Is that the woman of 'Verrà la morte e avrà i tuoi occhi"' (Death Will Come and Will Have Your Eyes)? asked one lavishly coiffed woman, pointing to a photograph in the museum of Constance Dowling, Pavese's American love, whose return to the United States deepened his depression in the weeks before he killed himself.

"She was the proverbial straw that broke him, but the fact is that he found it very difficult to continue living," Gatti said somberly.





The harsh countryside that Pavese immortalized has prospered considerably in the last 50 years, mostly due to the local muscat grapes and the resultant sparkling wines. But economic development has exacted a cultural cost that institutions here are trying to curtail. Pavese is part of the antidote.

"We are witnessing the slow decay of society and our cultural model is being corrupted by anthropological changes, so to rediscover the words of Cesare Pavese is to return to higher values," said Giuliano Soria, president of the Grinzane Cavour Prize, a cultural institution that - among many activities - grants annual literary prizes dedicated to Pavese. Soria was speaking at this year's awards ceremony, which took place on Sept. 7. Among the winners was the Nobel laureate Imre Kertész.

Pavese may have struggled to make sense of his own life, Soria said, "but he helps us as we reflect on our own existence."

This year the Grinzane Cavour Prize is also sponsoring a diary-writing competition (though short stories are accepted) in honor of Pavese, who kept a thoughtful, often anguished, journal during the last 15 years of his life.

Academic and editorial interest in the Italian author persists today, both at home and abroad. "We have a correspondent in Hanoi who just wrote to tell me that a translation of 'La Bella Estate' was recently published in Vietnamese," said Antonio Catalfamo, the coordinator for the Permanent Observatory for Pavese Studies in the World. He was referring to the novel ("The Fine Summer") for which Pavese received Italy's most prestigious literary award in 1950, shortly before his suicide.





Pavese's translations of American novels by Joyce, Dos Passos, Stein, Steinbeck and Faulkner, to name a few, and essays on American fiction also had a significant ripple effect during the years of Fascist rule.

"During full Fascism we read his translations and followed his cultural battles," said Raffaele La Capria, an Italian writer and another recipient this year of the Grinzane Pavese prize. "For a young boy, they opened the horizons of unpredictability, holding out the promise of political and spiritual freedom."

Claudio Gorlier, a writer and one of Italy's foremost experts in Anglo-Saxon literature, added that, "entire generations of young Italians discovered America" because of Pavese's "splendid and modern" translations.

Just as generations continue to discover the Langhe hills though his novels and poems. Tourism brochures for Santo Stefano Belbo skim over the town's history to focus on its two main features: wine and Pavese.

Until a few years ago, some of the people who Pavese fictionalized in his works - most vividly in "La luna e i falò" (The Moon and the Bonfire) - were around to give firsthand accounts of their time with the author. Pinolo Scaglione, Nuto in the book, died in 1990 but until then he "welcomed all visitors who wanted to speak to him about Pavese," said Gatti as he strolled through Scaglione's home, which is now a museum.

A cardboard calendar on a desk is set to Aug. 28, the day Scaglione read in a newspaper that his friend had taken his life. The home-cum-museum is frozen in Pavese land. Said Gatti: "He never wanted to change it."







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mari27



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MessaggioInviato: Mer Set 24, 2008 13:29    Oggetto: Re: ALESSANDRO PREZIOSI recita CESARE PAVESE Poesia Festival Rispondi citando


genziana ha scritto:

      ...il 9 settembre 1908, nasceva a S. Stefano Belbo (Cuneo)

      uno dei più grandi intellettuali piemontesi, poeta e scrittore,

      per ricordare Cesare Pavese a cento anni dalla nascita





Il francobollo, che fa il suo esordio negli uffici postali oggi in occasione del primo giorno di emissione, è del valore di 0,65 euro e sarà stampato in 3 milioni e 500mila esemplari. Riproduce un ritratto dello scrittore e, sullo sfondo, alcuni versi del manoscritto originale della poesia "Hai un sangue, un respiro", una fra le più frequentate e amate fra quelle pubblicate postume nella raccolta "Verrà la morte e avrà i tuoi occhi". Il nuovo francobollo è stato disegnato da Rita Morena.





Mi spiace veramente tanto .....non poter assistere!

In bocca al lupo, buona serata ad Alessandro e a....tutti!!



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genziana



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MessaggioInviato: Mer Set 24, 2008 13:34    Oggetto: ALESSANDRO PREZIOSI recita CESARE PAVESE Poesia Festival '08 Rispondi citando



ha scritto:




        REPORTAJE: El poeta de Piamonte

    Cesare Pavese, el solitario de las colinas


El centenario del escritor revela la permanente actualidad de su literatura


La literatura de Cesare Pavese está inundada de reflexiones sobre la soledad, pero también sobre la familia, el sexo, el amor y, sobre todo, la muerte. Su diario es reflejo del lado trágico de la vida que siempre le persiguió. Definió el suicidio como "un homicidio tímido", y eso no le impidió acabar con su vida a los 41 años.


JOSÉ ANDRÉS ROJO - Madrid - 08/09/2008

En una carta que Italo Calvino le envió al crítico Geno Pampaloni en 1951 le decía: "No has tomado bastantes precauciones contra la infección de uno de los males más tristes y comunes de nuestra época: el anticomunismo". Le hacía algunas consideraciones sobre sus comentarios, poco favorables, a la edición de la poesía de Cesare Pavese, y le advertía que no esperara encontrar en su diario, que no había aparecido aún, muchos comentarios políticos: "Pavese quería darnos con su diario un testimonio del antiguo lado trágico de la vida humana del cual nadie escapa", comentaba Calvino.

¿Qué queda del gran escritor italiano cien años después de su nacimiento? ¿Siguen pesando prejuicios anticomunistas a la hora de leerlo o con el tiempo se ha impuesto su finura para contar con verdadera maestría las turbulencias de hombres y mujeres? El episodio que con más fuerza marca la trayectoria de Pavese es su suicidio. Alquiló una habitación en el hotel Roma de Turín y se tomó el contenido de unos veinte sobres de los somníferos que utilizaba para combatir el insomnio. El 27 de agosto de 1950 descubrieron su cuerpo sin vida y una nota en el ejemplar de Diálogos con Leucò que tenía en la mesa de noche: "Perdono a todos y a todos pido perdón. ¿De acuerdo? No chismorreen demasiado".

¿Sus ideas políticas, su inmensa obra literaria, un montón de cotilleos? ¿Qué ha quedado de Pavese? Nació el 9 de septiembre de 1908 en una pequeña localidad del Piamonte, Santo Stefano Belbo, y su obra está llena de los paisajes de su infancia, pero también palpita en toda ella Turín, la ciudad en la que creció, en la que se licenció en Literatura, en la que fue detenido por su complicidad con los comunistas, en la que trabajó durante largos años en la editorial Einaudi (junto a Natalia Ginzburg e Italo Calvino), en la que se quitó la vida. Los soportales de la zona antigua, los barrios obreros, los cafés y restaurantes, la vida de sus calles, el río Po, y las colinas próximas a la ciudad, a la que tantas veces se dirigen sus personajes en busca de consuelo, de diversión, de compañía, de paz interior, de júbilo.

La Fundación Cesare Pavese y el Premio Grinzane Cavour, con el apoyo de la Región del Piamonte, presentaron antes de verano un extenso programa para celebrar la efeméride y así recuperar la voz del gran escritor: seminarios, exposiciones, obras teatrales, ciclos de cine, conciertos, algún premio. Se celebrarán en Turín y Roma, y en distintos lugares del Piamonte, pero también en París y San Petersburgo, y en la Feria del Libro de Guadalajara, en México. El nombre de Pavese, en su país natal, estará ahí todo el tiempo (durante este fin de semana, por ejemplo, varios actos del Festival de Literatura de Mantova lo han recordado). En España, Lumen inicia una biblioteca dedicada al escritor italiano con la publicación de La literatura norteamericana y otros

ensayos, y Entre mujeres solas, y en ella aparecerá Fuego grande, la única novela que sigue inédita en nuestro país, y que escribió a cuatro manos con Bianca Garufi. Pre-Textos, por su parte, reedita La luna y las hogueras, y más adelante ofrecerá nuevas traducciones de Tierra adentro y de Antes de que cante el gallo.

Hay todo el rato en la obra de Pavese la melodía de las cosas cercanas que afectan a hombres y mujeres de la manera más radical. La propia soledad, en primer lugar. Pero también la familia, el descubrimiento del amor y del sexo, la mala suerte, la amistad, el atractivo de lo desconocido y, claro, la muerte. Cuando definía cómo era su obra, comentaba que su ambición era la de fundir dos actitudes que en principio son opuestas: la de sumergirse en el mundo próximo ("mirada abierta a la realidad inmediata, cotidiana, rugosa") y la de mantener al mismo tiempo un distanciamiento contemplativo y formal ("recato profesional, artesano, humanista"). Así que contaba cosas que pasaban en Turín, pero que siguen ahí, agarrando las entrañas de todos. "¿Por qué, si alguien puede, no debería pararse en el camino y disfrutar del día? ¿Es necesario siempre haber padecido y salir de un agujero?", le pregunta Morelli a Clelia en Entre mujeres solas.

Desde 1930, cuando lee su tesis sobre Walt Whitman, hasta 1950, cuando se suicida en Turín, esos 20 años cubren la vida literaria de Pavese, y son años, hasta su derrota en 1945, en que reina el fascismo en Italia. Es imposible acercarse a su obra sin tener en cuenta que se realiza en ese clima de "miedo al porvenir", de desorden y violencia, de permanente inquietud y prepotencia y verborrea grandilocuente. Es la literatura norteamericana (Melville, Sherwood Anderson, Edgar Lee Masters, Sinclair Lewis...) la que le permite, en primer lugar, vislumbrar "un orden nuevo", otra manera de ver las cosas, un soplo de frescura. Para salir de esa "vida encogida" que imponía el fascismo.

Cuenta mucho en Pavese su tarea de traductor de los grandes escritores estadounidenses, y cuenta también su labor como editor en Einaudi, ofreciendo a una sociedad cerrada de ventanas para abrirse al mundo de fuera. Luego está su aproximación a los comunistas, porque encontró en ellos el instrumento más eficaz "para la realización de una libertad intelectual concreta", y su querencia por el mundo obrero, donde se estaba gestando el hombre nuevo.

Cuando lo detuvieron en 1935 por ayudar a "la mujer de voz ronca", que desempeñaba importantes labores clandestinas en el partido comunista y de la que estaba enamorado, Italia combatía en Abisinia. Pavese encontró en las palabras la mejor manera de levantarse por encima del vacuo nacionalismo de los fascistas. El fracaso amoroso fue la otra corriente que sacudió la vida de un hombre del que han dicho sus amigos que era triste. "Todo el problema de la vida es éste: cómo romper la propia soledad, cómo comunicarse con otros", escribió en su diario. Su respuesta fue su literatura.




Piezas de una autobiografía intelectual

- Fascismo. "La naturaleza del fascismo, como la de todos los vicios, era por el contrario rodar por la pendiente convirtiéndose en alud, escapando incluso al control de sus jefes".

- Arte. "El arte, en resumidas cuentas, es artificio, y nada en él está dado de una vez para siempre; cada época vuelve a plantearse la cuestión de las raíces y recrea su arte moderno".

- Consenso. "Es muy fácil aceptar la perspectiva más trivial e instalarse en ella, al calor del consenso de la mayoría. Es muy cómodo suponer que se han acabado los esfuerzos y ya conocemos la belleza, la verdad y la justicia. Es cómodo y cobarde".

- Libertad. "Nada valioso puede salir de la pluma o de las manos sin fricción, sin choque con las cosas y los hombres. Libre es solamente aquel que se inserta en la realidad y la transforma, no quien anda por las nubes. Por lo demás, ni siquiera los vencejos consiguen volar en el vacío absoluto".

- Palabras. "Por las palabras que un escritor emplea puedes saber quién es. Mira los camaradas de la guerra de España: unos les llamaban rojos, otros leales, unos, comunistas y subversivos, otros, patriotas. Esas palabras te indicaban con quién hablabas, y en cada caso significaban una cosa distinta. En las palabras que usas están tu clase y tu trabajo, lo que sabes, lo que comes, las personas que tratas. En las palabras está todo".

- Reglas de juego. "Cuando Pavese empieza un relato, una fábula, un libro, nunca se propone un ambiente socialmente determinado, un personaje o unos personajes, una tesis. Casi siempre sólo apunta a un ritmo indistinto, a un juego de acontecimientos que son sobre todo sensaciones y ambientes".

- Comunistas. "No ha habido una propuesta, una medida, una polémica genuinamente democrática -es decir, dirigida a garantizar y profundizar la libertad de los ciudadanos- que no tuviera en ellos a sus inspiradores y sus defensores más ardientes".

- Libros. "Incluso un libro en chino está hecho para ti. Se trata siempre de aprender las palabras de un hombre. Todos los libros que valen están escritos en chino, y no siempre hay un traductor. Llega el momento en que estás solo ante la página, así como estaba solo el que la escribió".

- El hombre. "Nosotros no iremos hacia el pueblo, porque ya somos pueblo y todo lo demás en inexistente. Iremos, en todo caso, hacia el hombre. Porque el obstáculo, la corteza que debemos romper es la soledad del hombre, la nuestra y la de los demás. Toda la nueva leyenda, todo el nuevo estilo reside en eso, y entraña nuestra felicidad".

Fragmentos de La literatura norteamericana y otros ensayos, el libro que Italo Calvino calificó como "la más rica y explícita autobiografía intelectual de Cesare Pavese".




        El poeta de Piamonte ¿Y después?

JUAN CRUZ- 08/09/2008

"Los suicidios son homicidios tímidos". Eso escribió Cesare Pavese el 17 agosto de 1950; 10 días más tarde se quitó la vida, en un hotel de Turín, donde vivía. Antes, el 18 de agosto, apresado por la desilusión amorosa, repitió algunas de las ideas que parecían obsesiones en sus diarios secretos: "Siempre sucede lo más secretamente temido. Escribo: oh tú, ten piedad. ¿Y después?". ¿Y después?

El dolor era su peso, y su vuelo; lo subrayó el amor, hasta el suicidio. "Basta un poco de valor". Ella, una actriz, Constance Dowlinh, Connie, le prometía y le deshacía la esperanza, y él se fue ahondando en la nada. "Todo esto da asco. No palabras. Un gesto. No escribiré más". Eso fue lo último que escribió. Ángel Crespo, que escribió el prólogo de la edición española de este diario implacable (El oficio de vivir, Seix Barral), narra así esa premonición que marcó hasta la herida final la vida de Pavese: "Desde los 17 años (...) tuvo la premonición de su suicidio, lo que le llevó a escribir a últimos del año 1926 o principios del siguiente una poesía en la que hablaba del revólver con el que había de quitarse la vida".

Como si el tiempo ya hubiera ocurrido, estaba encerrado en la burbuja de la huida. "Te dicen", escribió el año antes de su suicidio, "tienes 40 años y ya lo has logrado, eres el mejor de tu generación, pasarás a la historia, eres extraño y auténtico... ¿Soñabas otra cosa a los 20 años?".

"Tenías 20 años y eras sincero", decía Vasco Prattolini en Crónica de los pobres amantes. La vida (la vida literaria, la vida en el Partido Comunista, que le fue tan esquivo, la vida editorial) le fue poniendo oscuras telas de cebolla a aquellas ilusiones difíciles. Y ya era un hombre esquivo que nunca había querido ser adulto. En un hermoso relato (en el que no lo nombra, pero se le adivina), Natalia Ginzburg (Las pequeñas virtudes, Acantilado) le describe luchando contra el tiempo, silencioso: "Algunas veces estaba muy triste, pero durante mucho tiempo nosotros pensamos que se curaría de esa tristeza cuando se decidiera a hacerse adulto, porque la suya nos parecía una tristeza como de muchacho, la melancolía voluptuosa y despistada del muchacho que todavía no tiene los pies sobre la tierra y se mueve en el mundo árido y solitario de los sueños".

Era, decía la Ginzburg, que fue su amiga, sobrio, modesto y generoso, pero tenía la picadura de la vanidad, que iba y venía, y cuando venía hallaba en él un muro que se preguntaba: "¿Y después?". Ésa fue la pregunta de su vida, acaso la que le condujo a la desilusión final y fatal. Murió en verano, decía la Ginzburg, "como un forastero", en un hotel de su propia ciudad. Había escrito, feliz, eso decía, un libro que sale ahora otra vez (Entre mujeres solas, Lumen), pero el hastío le hizo renegar de su satisfacción, y ahí vino otra vez la pregunta imprescindible de su vida, y la que explica su muerte: "¿Y después?". Cometió sobre sí mismo un homicidio tímido, real, ya él no fue literatura. ¿O lo fue entonces del todo?






        Cesare Pavese- Sciammarella





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genziana



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MessaggioInviato: Mer Set 24, 2008 15:14    Oggetto: ALESSANDRO PREZIOSI recita CESARE PAVESE Poesia Festival '08 Rispondi citando



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Repubblica — 27 ottobre 2007 pagina 16 sezione: TORINO


Che cosa sarebbero le Langhe senza Cesare Pavese? Un gran bel posto, senza dubbio, ma non troppo diverso, in fondo, da altri territori segnati profondamente dalle colline, dalla terra, dalle vigne, dai paesaggi ritagliati dal cielo e dal vento, dai silenzi. Pavese, invece, nelle sue poesie, nei romanzi, ne fece un deposito ancestrale del mito, ricavandone quel «perenne e ricco mistero», che è pure dell' infanzia, in cui si incontrano uomini e divinità, tempo ed eternità, Apollo e Dioniso. Al centro delle Langhe, di quelle Langhe ormai non più pensabili senza la mitizzazione pavesiana, si collocano naturalmente le colline e il sole. E proprio ai due epicentri della «poetica dell' essere», come ha scritto Elio Gioanola con acutezza, è dedicato il libro che Franco Vaccaneo, presidente della Fondazione Pavese di Santo Stefano Belbo, e Francesca Lagomarsini e Pier Paolo Pracca, due giovani e brillanti saggisti e studiosi che vivono ad Acqui Terme, hanno scritto in occasione del centenario della nascita dello scrittore, che cade nel 2008. Se Vaccaneo traccia un puntuale profilo biografico e critico, decifrando inoltre la Langa di oggi alla luce di quella di Pavese, in gran parte perduta o trasformata alle radici, la Lagomarsini e Pracca focalizzano rispettivamente l' attenzione sui «termini del dominio mitico all' interno del paesaggio collinare», per citare ancora Gioanola, e sulla «incombenza estatica del meriggio che sospende lo spazio-tempo». Ma il valore di Cesare Pavese le colline il sole, appena pubblicato da Priuli & Verlucca con la prefazione di Gioanola e il contributo finanziario determinante delle Cantine Terre da Vino di Barolo, non si esaurisce con i saggi, peraltro ottimi, dei tre autori. è arricchito infatti dalle molte illustrazioni che impreziosiscono il volume. Si tratta dei lavori di mail art, l'unica forma di espressione artistica che non soggiace al mercato, che artisti di mezzo mondo hanno inviato alla Fondazione di Santo Stefano Belbo, esercitandosi sul tema precipuo delle colline e del sole. Ne è nato un connubio riuscito tra testi e immagini. Sia i saggi di Vaccaneo, Lagomarsini e Pracca, sia le opere degli artisti della mail art, in sostanza, consentono di cogliere da diverse angolature, secondo differenti letture, tanto il meriggio, o l' estasi del sole, di cui scrive Pracca, questo «dolce naufragar nel mare magnum della natura», quanto il vagabondaggio di Pavese di cui parla la Lagomarsini. Un deragliamento dei sensi, quest' ultimo, per le «colline che possono incarnare, di volta in volta, voluttuose forme femminili, la natura in tutta la sua forza prorompente ed essere, allo stesso tempo, teatro dell' eterna contrapposizione tra forze apollinee e dionisiache». Il Pavese delle «dure colline» e del sole, del mito, della ricerca del «mondo archetipico», dei suoi Dialoghi con Leucò che fecero delle Langhe il terreno di incontro e di scontro tra divino e umano, è del resto quello che continua ad affascinare i lettori, generazione dopo generazione, e la critica più attenta. è il Pavese rappresentante della grande letteratura e della grande cultura europee del Novecento, che hanno sviscerato la crisi dell' uomo, la sua lacerazione, la perdita di identità e di certezze, in balia della Storia come del destino, dell' assurdo, del silenzio di Dio. «Non a caso - annota Vaccaneo - uno dei massimi interpreti di questa crisi, il premio Nobel Elias Canetti, ha lasciato tra i suoi ultimi pensieri un commosso ricordo di Pavese, nel quale scorse una simpatia (nel senso greco di soffrire insieme) e un' affinità».

MASSIMO NOVELLI







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Helena x



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MessaggioInviato: Mer Set 24, 2008 19:57    Oggetto: Complimenti! Rispondi citando


Buona sera Alessandro!
Buona fortuna a domani sera!
Arrivederci!
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sarah72andrea



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MessaggioInviato: Mer Set 24, 2008 20:04    Oggetto: Rispondi citando


CIAO ALESSANDRO...

IN BOCCA A LUPO X DOMANI SERA...

BACI BACI SARAH

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GLI AMICI SONO QUELLE RARE PERSONE CHE TI CHIEDONO COME STAI E POI ASCOLTANO PERSINO LA RISPOSTA...
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genziana



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MessaggioInviato: Gio Set 25, 2008 02:57    Oggetto: ALESSANDRO PREZIOSI recita CESARE PAVESE Poesia Festival '08 Rispondi citando



ha scritto:




La Repubblica — 27 gennaio 2008 - pagina 38 - sezione: SPETTACOLI


Cesare Pavese, ritratto dello scrittore da cucciolo


Genova Erano i giorni del ritrovamento del cadavere di Giacomo Matteotti, si consumava l'estate del 1922 che di lì a poco, in ottobre, sarebbe culminata nella marcia su Roma. Ma per il giovane Cesare Pavese, che a settembre avrebbe compiuto quattordici anni, fu davvero una bella estate. Insieme a un gruppo di compagni, il 12 agosto partì dalla stazione ferroviaria di Torino per raggiungere Celle Ligure e trascorrere nel borgo rivierasco poco meno di due settimane in un campo scout. La vacanza segnò l'incontro del futuro scrittore con il mare e con il porto di Genova. Quel mare e quei bastimenti battenti bandiere di tutto il mondo che, in virtù della lettura delle storie di Emilio Salgari, avevano riempito i sogni di un ragazzo che avrebbe poi tradotto Moby Dick di Herman Melville e avrebbe scritto la poesia I mari del Sud. Come è regola per tutti gli scout, anche Pavese dovette compilare un diario della "avventura" in Liguria. E lui si attenne all'obbligo, aggiungendovi cartoline, disegni e persino una lista delle navi all'ancora nel bacino della Lanterna. Il quaderno venne conservato. Dopo la sua morte, avvenuta il 27 agosto del 1950, finì alla famiglia che in seguito lo consegnò al Centro Pavese e Guido Gozzano dell'università torinese. E tra quelle carte lo ha ritrovato tempo fa Mariarosa Masoero, tra le maggiori studiose pavesiane, erede del magistero di Marziano Guglielminetti. Grazie a Fabrizio Calzia, un giornalista e scrittore genovese che ha fondato la casa editrice Galata e che era venuto a conoscenza dell' inedito dell'autore de Il diavolo sulle colline, ora il taccuino di Celle è diventato il piccolo e prezioso libro Dodici giorni al mare (64 pagine, 12 euro). Sarà in libreria in settimana, con un' ampia introduzione della professoressa Masoero. Per riuscire a pubblicarlo Calzia ha dovuto attendere a lungo, e soprattutto ottenere il benestare degli eredi dello scrittore e dell'Einaudi, che da sempre ha l' esclusiva per la pubblicazione delle sue opere. è stimolante, ricco di spunti e per certi versi illuminante, il diario ritrovato dello scrittore da cucciolo. Intanto perché dimostra come l' adolescente Cesare fin da allora fosse consapevole di avere in destino la letteratura, dato che a un certo punto, nello stendere le note da Celle, si rivolge già a un ipotetico lettore: «Non starò a descrivere il mio quarto di guardia, lo lascio immaginare al lettore». E in secondo luogo, spiega Mariarosa Masoero, ha un valore in quanto si possono cogliere i sintomi aurorali della sua «passione marinara». Sarebbe maturata ai tempi della traduzione del capolavoro di Melville, però affondava «le sue radici nei ricordi d'infanzia, nelle letture salgariane ("Oh da quando ho giocato ai pirati malesi/ quanto tempo è trascorso"), nei racconti del cugino Silvio e degli amici, nelle fantasie adolescenziali e forse, perché no, in quel lontano, magico, incontro col mare vissuto a Celle Ligure e a Genova, tra una ventina di compagni festosi, lontano da casa e dai luoghi a lui più famigliari, Torino e le Langhe». La stessa Genova, rammenta la Masoero, ritornerà nei racconti e nei romanzi. In modo significativo sarà presente ne La luna e i falò, il libro estremo, l'ultimo, che Pavese scrisse. Il protagonista Anguilla «lì sarà "soldato", si innamorerà di "una ragazza che somigliava a Silvia", girerà "carugi" e "cantieri", s'imbarcherà per l'America e lì ritornerà, per lavorare e vivere "in viale Corsica". Da lì si allontanerà per un momentaneo ritorno ai luoghi dell' infanzia e della prima giovinezza», le Langhe, dove racconterà a Cinto, un ragazzo sciancato, che «anche il mare è venuto con le righe delle correnti, e che da bambino guardando le nuvole e la strada delle stelle, senza saperlo aveva già cominciato i suoi viaggi». Un viaggio vagheggiato ma impossibile, che aveva iniziato nell' agosto del 1922, osservando «mille fulguri celesti» e una spiaggia «con l'azzurro carico tutto solcato da fini triangoli bianchi».

MASSIMO NOVELLI





La Repubblica — 12 marzo 2005 - pagina 9 - sezione: TORINO


    Pavese e quei due libri di settant'anni fa

Furono due libri, poggiati su un banco di scuola del liceo classico D'Azeglio, ad accendere l'interesse di Cesare Pavese, negli anni Trenta insegnante di italiano, per la giovanissima Fernanda Pivano, sua allieva iscritta all'ultimo anno. Succedeva proprio in questi giorni di marzo, settant' anni fa. Solo due mesi dopo, il 15 maggio del '35, Pavese sarebbe stato arrestato dai fascisti e mandato al confino a Brancaleone Calabro. E la futura traduttrice della beat generation bocciata poi alla maturità, assieme al suo compagno di banco Primo Levi. Signora Pivano, se li ricorda ancora quei due libri? «Certamente. Un giorno, Pavese ci aveva consigliato di approfondire gli argomenti che trattavamo in classe durante le sue lezioni, leggendo la letteratura del De Sanctis e i libri del Croce. Lo presi come un ordine e la mattina successiva mi presentai in aula con due loro testi, che poggiai sul banco. Penso che fra noi la scintilla sia scoccata in quel momento». Che ricordo conserva invece di Pavese? «Era un genio assoluto, qualunque cosa facesse, qualunque tema trattasse. Insomma, ho sempre nutrito verso di lui un' ammirazione sconfinata». In una bellissima lettera le scrisse: «Lei diventerà celebre, scriverà libri, troverà la cattedra, sarà un luminare della filologia». Aveva intuito subito le sue grandi doti? «Quella lettera risale al 1943, nel pieno della guerra purtroppo, pochi giorni dopo la pubblicazione da parte dell'Einaudi dell'Antologia di Spoon River di Edgar Lee Masters, che avevo tradotto per la prima volta in italiano. Mi scrisse per comunicarmi che avrei trovato qualche copia fresca di stampa in via Gioda a Torino (oggi via Giolitti, ndr), dove si trovava allora la casa editrice, poco prima di essere "confiscata" dalle autorità fasciste. In effetti, ero proprio una ragazzina, avevo solo ventisei anni, mi ero laureata da poco, eppure Pavese era rimasto profondamente colpito dalla mia traduzione, l'aveva fatta subito pubblicare. Io, invece, mi ero innamorata follemente di una poesia dell'antologia, che recitava: "Mentre la baciavo con l'anima sulle labbra, l' anima d' improvviso mi fuggì". Versi che mi mozzarono il fiato». Quel libro venne anche sequestrato, è così? «Mi ricordo la primissima copia di Spoon River, che Pavese mi mostrò in un caffè di Torino davanti alla stazione. Io arrivavo da Mondovì, dove ero "sfollata", lui da un' altra località. Il libretto era smilzo, sottile, si trattava solo di una selezione dell'antologia originale e completa. Einaudi era stato molto abile però: per ottenere l'autorizzazione a pubblicarlo, l'aveva intitolato Antologia di S.River, in pratica spacciandola per un'antologia di un nuovo santo. In verità, poi, il libro fu sequestrato per via della copertina, giudicata immorale. Una volta sostituita con un'altra meno compromettente, il libro cominciò a circolare con un ritmo da best seller, soprattutto fra i giovani e gli studenti». Lei si è laureata in lettere a Torino, con una tesi sul Moby Dick di Hermann Melville. Era un' altra vostra passione comune... «Quando mi laureai nel '41, con lode e diritto di stampa, andammo insieme a festeggiare al caffè Fiorio di via Po, davanti a una cioccolata calda. E parlammo ancora di Melville. Era certamente un'altra grande passione che ci piaceva condividere, proprio come il mare. Non bisogna dimenticarselo: Pavese amava sicuramente Torino - "la città che solum è nostra", come scrisse una volta all'amico Tullio Pinelli - e le colline delle Langhe, ma era molto attratto anche dal mare. Quello che lui conosceva era il mare di Spotorno, ma anche quello del Moby Dick di Melville, che tradusse per primo in Italia, in modo straordinario».

GUIDO ANDRUETTO





La Repubblica - 30 aprile 2002 - pagina 9 - sezione: TORINO


    'Pavese non è morto e noi siamo i suoi amici'

Chi ha detto che Cesare Pavese, a cinquantadue anni dalla morte, sia ormai uno scrittore inattuale e sorpassato, che nessuno più legge? In effetti qualcuno lo ha fatto, senza però misurarsi con la realtà che è assai differente. Pavese, insomma, è così vivo, studiato e amato in Italia e all'estero, dalla Francia alla Romania (dove sono state pubblicate ben tre edizioni critiche de Il mestiere di vivere), dai paesi scandinavi alla Lettonia, che un gruppo di appassionati «pavesini», come si definiscono, ha dato vita a un associazione «Amici di Pavese» che vedrà la luce il 25 maggio a Santo Stefano Belbo, il paese natale dell'autore de La luna e i falò. A coordinare i «pavesini» (da intendersi nel senso di lettori appassionati più che di studiosi o «pavesologi») è lo storico della cultura Angelo d' Orsi, che ha radunato per quel giorno di maggio un gruppo di tutto rispetto: da Marziano Guglielminetti a Maria Rosa Masoero, curatori di alcune opere di Pavese, da Giorgina Arian Levi al presidente dell'Einaudi Roberto Cerati, da Filippo Barbano a Sebastiano Vassalli. Si scambieranno informazioni e dati bibliografici, daranno alle stampe un bollettino. «Soprattutto - spiega d'Orsi - vogliamo un po' sfatare il luogo comune di un Pavese tutto e soltanto intriso di cultura della morte, un Pavese visto spesso e volentieri solamente a partire dal suo suicidio. Ci sono tante altre cose in questo scrittore che fu anche uno straordinario organizzatore intellettuale e che ha amato moltissimo la vita». «Trovarsi intorno a Pavese», a un narratore e a un poeta che i giovani continuano a prediligere «non solo per obbligo scolastico», come dice d'Orsi, è poi una sorta di «intrattenimento esistenziale». Esercizio pertanto salutare con i tempi che corrono, non soltanto nella letteratura di oggi.

MASSIMO NOVELLI





La Repubblica — 24 giugno 2008 - pagina 32 - sezione: CRONACA


    Pavese che amava Torino più delle donne

«Non c'è donna che valga un mattino d'acqua e di sole», scrive Cesare Pavese nel Mestiere di vivere. Non era il manifesto di un misogino, ma solo l'amarezza per la bruciante delusione d'amore, per la fine della storia con Constance Dowling, attrice americana che doveva apparirgli magica incarnazione delle sue due grandi passioni: la narrativa americana e il cinema. Certo, Pavese, con le donne ha sempre avuto rapporti complicati, intricati. A cent'anni dalla nascita dello scrittore langarolo per anagrafe (era di Santo Stefano Belbo, vicino a Cuneo) ma torinese per scelta di vita, una mostra che potremmo definire bipartita riflette sia sulla sua torinesità che su alcuni aspetti dei suoi rapporti con le donne. La torinesità di Pavese è convinta e senza incertezze, e viene accuratamente analizzata nelle prime tre parti della mostra-omaggio allo scrittore. «A Torino», nota la curatrice Mariarosa Masoero, «non aveva scelto solo di vivere, ma anche di morire». E da Torino si distaccava sempre con estrema riluttanza, al punto da considerare la breve permanenza a Roma, nemmeno un anno per riorganizzare la sede dell'Einaudi, quasi come un esilio. «Alla lunga serie di immagini di Torino negli anni di Pavese, tra i primi anni Trenta e il 1950», spiega la Masoero, «sono affiancate le descrizioni e le parole di Pavese stesso, tratte dai suoi romanzi, dalle lettere e dagli altri suoi testi». In particolare, una sezione mostra una Torino più inaspettata, almeno rispetto alla vulgata di città subalpina fredda di fatto e di metafora: la capitale notturna dei varietà e del cinema italiano, con i suoi personaggi e le sue luci. «Pavese con il cinema ha avuto una lunga frequentazione e dopo collaborazioni e soggetti negli anni Trenta, al cinema è poi tornato con passione prima della morte». Per quanto riguarda i rapporti con le donne, la figura di Constance Dowling, in fondo, è la meno adatta a interpretarli. L'addio di lei aveva dirottato la disillusa ironia di Pavese verso una cupa disperazione che aiuta a capire, per quanto si possa capire, il suicidio.

È più utile, invece, esaminare la lunga amicizia con Lalla Romano. A questa amicizia è dedicata l'ultima sezione della mostra, curata da Antonio Ria e Giovanni Tesio. Pezzi forti, le nove lettere inedite di Lalla Romano a Cesare Pavese (quelle di lui sono pubblicate da Einaudi a cura di Lorenzo Mondo e Italo Calvino) e i disegni e i quadri di lei: un abbozzo di ritratto, realizzato a Varigotti, e opere ispirate alle atmosfere e ai luoghi pavesiani. E dalle lettere balena quasi un minuetto: l' entusiasmo e il calore di Lalla Romano, che a Pavese deve anche la scelta di abbandonare la pittura per la scrittura, cui si contrappone il ritrarsi di lui, rifugiato nel rapporto esclusivamente professionale, fondato sulla stima e sulla simpatia, e con l'esito di un continuo, fattivo sostengo editoriale. «È stato Pavese, per esempio», sottolinea Antonio Ria, «a mandare a Vittorini La metamorfosi per la nascente collana dei Gettoni». In ogni caso, la Romano, se non tenta di forzare il riserbo di Pavese, non se ne adonta e non rinuncia all'affetto. Il 7 maggio 1950, tre mesi prima che lui si tolga la vita con il sonnifero, in una stanza dell' albergo Roma, ovviamente a Torino, gli scrive: «Ho letto d'un fiato La luna e i falò. Sono rimasta come dopo aver bevuto wisky (sic), qualcosa di estremamente secco limpido e forte (~) Vorrei ancora dirti che si sente non solo un artista, ma un uomo straordinario; ma tu non mi segui: ora tu esisti solo per una. Ma il libro, come si potrà ringraziare di avercelo dato? Penso come deve essere stato bello scriverlo. Mi puoi anche permettere un abbraccio: fraterno (o, se vuoi, materno: è più amoroso). Lalla»

AURELIO MAGISTÀ





La Repubblica — 07 settembre 2008 - pagina 15 - sezione: TORINO


          Che bello se fossi ufficiale

«Cara Fernanda, sono sempre qui in attesa di passare all'Ospedale. (...) Se, come mi auguro fervidamente, sarò presto vestito, farò un soldatino magnifico. Oh, Fernanda, non c'è un mezzo per passare subito ufficiale? Pensi che bello se fossi anche ufficiale! Oserebbe ancora rifiutarsi?». La lettera risale al 9 marzo 1943. Da pochi giorni richiamato alle armi presso il trentesimo reggimento di fanteria "Assietta", e alloggiato in una caserma di Rivoli, Cesare Pavese la invia alla giovane allieva Fernanda Pivano, sfollata a Mondovì, che corteggia ormai da tempo. Il desiderio di vestire la divisa sembrerebbe sulle prime soprattutto una «schermaglia galante» con Fernanda, come suggerisce Lorenzo Mondo nel suo libro Quell'antico ragazzo, la biografia dello scrittore di Santo Stefano Belbo. Ma qualche giorno dopo, al momento di essere dimesso dall' ospedale militare con sei mesi di convalescenza, il rammarico di Cesare, l'impossibilità di partire per il fronte, vanno ben oltre il gioco amoroso con Fernanda. Le scrive: «Mi dispiace, ma pazienza: si può fare il proprio dovere anche nella vita civile». è lo stato d'animo che lo porta ad annotare nel diario, quello «segreto» pubblicato da Mondo su La Stampa dell' 8 agosto 1990: «Tu sei un uomo pacifico, eppure come da Brancaleone pensavi talvolta che avresti dovuto andare anche tu a combattere, ora - che ti aspetti di essere chiamato - l'idea non ti dispiace. Un uomo ha più qualità di quel che si crede». Al Pavese di quei giorni passati prima quasi con esaltazione e poi con amarezza nella caserma e nell'ospedale della città alle porte di Torino, il Pavese del citato taccuino «scandaloso», in cui esprime giudizi non sfavorevoli verso il fascismo e nei confronti dei tedeschi, il Comune di Rivoli dedica adesso una serata che si terrà martedì 9 settembre alla Biblioteca civica (alle ore 21, in corso Susa 132, con interventi dell'assessore alla Cultura, Giuseppe Misuraca, e di Edoardo Zanone Poma, Piero Leonardi, Piera Croce, Lidia Portella, Lidia Lazzero e Fernanda Dalmasso), in esatta coincidenza con il centesimo anniversario della nascita dell'autore de La luna e i falò; è un'iniziativa opportuna e intelligente. Oltre a recuperare un pezzo di storia di Rivoli, consente di scandagliare uno dei periodi maggiormente controversi e lacerati della vita di Pavese e dell'Italia. Lo scrittore tolse il taccuino del 1942-43 da Il mestiere di vivere. Perché lo fece? Probabilmente in quanto, come ha affermato Mondo, «era giunto a considerare quei "pensieri" come schegge impazzite» e la loro esclusione faceva parte di «una complessa strategia del rimorso»? Può essere. Di sicuro quelle annotazioni stridevano con la sciacquatura ideologica, resistenziale e di sinistra, versata troppo in fretta e copiosamente su Pavese, anche da lui stesso (si pensi a uno dei suoi romanzi meno riusciti, il politicamente corretto Il compagno). Non erano in eccessiva contraddizione, però, con le pagine finali di un grande libro quale La casa in collina, venate da un sentimento di pietà per tutti i caduti della guerra, in particolare per i fascisti della Repubblica di Salò. A Rivoli Pavese rimase poco. Ciononostante sogni, contraddizioni e disincanti si mescolarono vorticosamente in uno spazio temporale così ristretto. L'illusione di fare il soldato, come l'amico Giaime Pintor, aveva pure il senso della condivisione delle pene e dei sacrifici della maggioranza degli italiani, di compiere gli stessi gesti, mutuare i medesimi comportamenti, della gente in grigioverde. Nella lettera alla Pivano del 9 marzo racconta: «Bello è specialmente andare in libera uscita. L'altro giorno ho comperato due mandarini, dato noia alle ragazze e infine bevuto un'enormità. (...) Se la carta puzza di rigovernatura non ci badi, ho lavato (male) la gavetta. Baci». E il giorno seguente, riferendosi forse a qualche possibilità di fargli evitare il militare, sempre a Fernanda ingiunge: «Non faccia assolutamente niente per aiutarmi, perché guasterebbe quello che faccio io».

MASSIMO NOVELLI





La Repubblica — 25 agosto 2007 - pagina 52 - sezione: CULTURA


            Le ultime ore di Pavese

«E un bel giorno mi capita lì in ufficio. Arriva e mi chiede di Oreste Molina. Dice: "C'è Molina?". Rispondo: "No dottore, è in ferie". "E il dottor Einaudi c'è?". Dico: "No, non so dove sia". E sono rimasto un po' lì. Poi sta zitto un momento e fa: "E Bollati c'è?". Dico: "No dottore, anche Bollati è in ferie". Allora si è un po' oscurato in volto, è stato un momento in pensiero, poi si è diretto verso una lavagna che avevamo in un angolino dell'ufficio, ha preso un gessetto e con forza ha scritto "merda". Scusi il termine, ma ha scritto così. Tanto è vero che quella scritta è rimasta per mesi e mesi, nessuno voleva cancellarla. Ha borbottato qualcosa, credo mi abbia salutato ed è uscito. Il giorno dopo, lo abbiamo saputo: "è morto il dottor Pavese". E siamo rimasti tutti male». A raccontare le ultime ore vita di Cesare Pavese, quel gesto di rabbia e quella solitudine nel deserto estivo nella redazione dell' Einaudi alla fine d'agosto del 1950 (si sarebbe ucciso il 27), è Ettore Lazzarotto, che lavorava all'ufficio tecnico della casa editrice. Il suo racconto, inedito, fa parte delle testimonianze degli amici dello scrittore che Andrea Icardi ha raccolto per la Fondazione Cesare Pavese di Santo Stefano Belbo. Verranno utilizzate per un documentario nell' ambito delle celebrazioni del centenario della nascita, avvenuta nel 1908, dell'autore de La luna e i falò, che saranno presentate domani nel paese delle Langhe. Dell'aneddoto sulla scritta di Pavese, che risale verosimilmente al giorno precedente la morte, si era favoleggiato, ma nessun testimone, prima di Lazzarotto, l'aveva reso noto. Non è il solo frammento di memoria, tra quelli custoditi dalla Fondazione Pavese, a riemergere dopo tanto tempo. C'è il Pavese che si riflette nella rievocazione di un allora giovanissimo Achille Occhetto, futuro segretario del Pci: «Mio padre lavorava all'Einaudi. Avevo 14 anni e rammento una discussione nel giardino di casa nostra, a Forte dei Marmi, che mi è rimasta molto impressa perché lui imprecava contro la censura di una rivista di sinistra, mi pare fosse Società. Ero uno di questi piccoli impertinenti che mettono il naso, e gli ho chiesto: "Ma come è possibile che anche i comunisti facciano queste brutte cose?". E lui, con aria di desolazione, mi disse: "Crescendo ti accorgerai che il bene e il male non sono tutti dalla stessa parte"». Nell' estate disperata del 1950, Pavese andò a trascorrere qualche giorno dagli Occhetto. Ricorda sempre l'ex leader comunista: «La cosa più strana è stato quello che è accaduto quando se ne andò via. Una settimana dopo ci è arrivata una cartolina, che a noi tutti parve curiosa, anche se però, ovviamente, subito non ci pensammo. C'era scritto: "Vi ringrazio per l'ospitalità e auguro a tutti voi una lunga vita". Ora: uno che è stato in vacanza non è che va via e augura lunga vita. Tant'è che, quattro giorni dopo, abbiamo avuto la notizia del suo suicidio». A documentare ulteriormente il travagliato rapporto dello scrittore con la politica, è Oreste Molina: «Si era iscritto alla cellula del Pci dell'Einaudi, come d'altronde lo ero io. Avevano deciso che quelli della cellula dovevano vendere copie dell'Unità. Mi ricordo che, una domenica mattina, siamo andati assieme in fondo a corso Regina, vicino al Po, per tentare di vendere il giornale. Pioveva e noi due cercavamo qualcuno che comprasse L'Unità. A un certo punto, abbiamo detto: "Compriamoci due copie noi e torniamo a casa"». Della morte di Pavese, invece, parla la figlia del titolare dell'Albergo Roma, dove lo scrittore si uccise: «Mio padre ha subito capito che si era tolto la vita. Il facchino ci ha poi raccontato che, dato che mio papà era calvo, l'espressione che gli è venuta è stata: "Fulatun, con cula bela testa `d cavei!" ("Ma che scemo, con quella bella testa di capelli!", ndr). Era stato colpito da quella massa di capelli neri». -


La Repubblica — 25 agosto 2007 - pagina 1 e 11 - sezione: TORINO


          Io e l'ultima lettera di Pavese

C'è l'amico sociologo che ricorda quando, durante la guerra, lui e Cesare Pavese andavano al Santuario di Crea e sbeffeggiavano i soldati tedeschi. C'è l'ex leader del Pci che racconta come lo scrittore gli correggesse i compiti di latino. C'è il filosofo che parla dell'ultima lettera scritta da Pavese prima di morire. C'è il racconto dell'ultimo pranzo a casa della nipote, quando l'autore de La bella estate mangiò cupo i cannelloni e poi se ne andò verso il suicidio. Episodi inediti, curiosità e aneddoti sconosciuti compongono la raccolta di testimonianze su Cesare Pavese nel centenario della nascita.

NOVELLI A PAGINA XI



    Quando io e Cesare schernivamo i nazisti

«Andavamo al santuario della Madonna di Crea, vicino a Serralunga, prima delle grandi colline, quasi montagne, delle Langhe. E leggevamo ad alta voce, soprattutto quando vedevamo le colonne della Wehrmacht che facevano i rastrellamenti ai due lati della strada. Noi passavamo di lì e leggevamo ad alta voce il Chorus Mysticus, che sono gli ultimi versi del Faust di Goethe. E la cosa straordinaria era notare lo stupore di questi... - noi li chiamavamo "farflutten", "kartoffeln", "patatoni" - comunque pericolosi». A ricordare Cesare Pavese nel suo rifugio monferrino di Serralunga di Crea, fra il terribile 1944 e i primi mesi del 1945, è il sociologo Franco Ferrarotti. La sua è una delle testimonianze, in gran parte inedite, che la Fondazione Cesare Pavese di Santo Stefano Belbo sta raccogliendo (grazie ad Andrea Icardi e a Franco Vaccaneo, presidente del comitato scientifico) tra gli amici sopravvissuti. è un'iniziativa che rientra nell' ambito delle manifestazioni per la celebrazione da parte della Fondazione e del Premio Grinzane Cavour, a cominciare dal prossimo settembre e per tutto il 2008, del centenario della nascita (il 9 settembre 1908) del grande scrittore piemontese. Si tratta di un materiale ricco ed eterogeneo, questo della Fondazione Pavese, da cui viene fuori, tra aneddoti ed episodi poco conosciuti, non solamente lo scrittore e l'intellettuale di respiro internazionale, l'organizzatore di cultura, ma anche e soprattutto l'uomo: quello dalla esistenza travagliata, delle donne sbagliate e degli innamoramenti facili, della solitudine, del rapporto difficile (impossibile, forse) con la politica e il partito comunista. è il Pavese «certamente ostico», ma «molto aperto verso gli altri», del quale parla Ferrarotti. è il romanziere e dirigente di primissimo piano dell'Einaudi, già affermato e famoso, che però in casa editrice, in via Biancamano, passa ore a rivedere le bozze dei libri e che va in vacanza con l'ultimo assunto, Oreste Molina, che rammenta: «Tra di noi c'erano diciassette anni di differenza, ma avevamo un grande rapporto di colleganza. Basti pensare che nel 1948 ho passato con lui le ferie a Varigotti. Non soltanto: nel '48 sono arrivato a Varigotti su un Guzzino, un cinquantino, e con Pavese andavo da Varigotti fino alla marina così, con lui dietro, su questo strano motorino». Ed è lo scrittore che, nella testimonianza di un quattordicenne Achille Occhetto, futuro leader del Pci, il padre del quale era direttore amministrativo dell'Einaudi, gli correggeva i compiti di latino: «Prendeva i compiti e poi, come se fosse un professore in cattedra, me li restituiva senza dire neanche una parola, segnati con la matita rossa o blu. E questo naturalmente è un ricordo che mi ha sempre riempito di orgoglio, perché era Pavese che mi correggeva». C'è poi l'uomo timido, fragile, pieno di complessi, che, nel ricordo del filosofo Mario Motta, «non capiva le donne, non capiva com'era una donna, la scentrava sempre». Andò così anche con Constance Dowling, l'attrice americana, l'estremo amore, la ragazza che, appresa la notizia del suicidio di Pavese, avrebbe esclamato: «Ma io non lo sapevo che era uno scrittore così importante!». Rievoca Motta: «Quando Pavese è morto, l'ultima lettera l'ha scritta a me. Io gli avevo chiesto se voleva ricorreggere le bozze del suo articolo (per la rivista Cultura e realtà, ndr), lui mi dice "no, no". Gli avevo messo una postilla: "è tornata?". E lui, bruscamente, risponde in questa lettera: "Chi, l'americana? Ho altro da pensare". Va be' , poveraccio, poi si è ammazzato quella notte lì». Quella notte, il 27 agosto del 1950, Pavese si uccide con il sonnifero in una stanza dell' Albergo Roma, in piazza Carlo Felice, a Torino. Il giorno prima, non trovando nessuno nella sede dell'Einaudi, con un gesto di rabbia improvvisa aveva scritto la parola «merda» su una lavagna posta in un ufficio, come ricorda Ettore Lazzarotto, allora all'ufficio tecnico della casa dello Struzzo. «Rimase lì per mesi e mesi, nessuno osava cancellarla». «Era arrabbiato, quel giorno» racconta la nipote Maria Luisa Sini. «A mezzogiorno aveva mangiato da noi, a casa, anche se era nervoso. Mi ricordo che avevamo da mangiare della pasta, dei cannelloni. Lui ne ha mangiati tre o quattro, ma era molto teso, era molto cupo. E dopo è partito con una valigetta, dicendo che andava al mare. Noi eravamo tranquilli, perché lui andava e veniva. Invece, il giorno dopo, ci hanno telefonato dall'albergo che l'avevano trovato lì. Le dirò che mia mamma se l'aspettava. Mia mamma era un po' dell'idea che, un giorno o l' altro, l'avrebbe fatto».

MASSIMO NOVELLI







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MessaggioInviato: Gio Set 25, 2008 03:16    Oggetto: ALESSANDRO PREZIOSI recita CESARE PAVESE Poesia Festival '08 Rispondi citando







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MessaggioInviato: Gio Set 25, 2008 03:51    Oggetto: ALESSANDRO PREZIOSI recita CESARE PAVESE Poesia Festival '08 Rispondi citando



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Pubblicazione: 27-08-2000, STAMPA, NAZIONALE, pag.21

Sezione: Societa' e Cultura - Autore: DE LUNA GIOVANNI



        La tormentata storia d'amore con
        Tina Pizzardo, la «donna dalla voce roca»



        Quei lacrimoni sul bavero del palto'

Nella prima edizione del Diario di Cesare PAVESE, solo tre asterischi segnalavano una inquietante presenza femminile (25 novembre 1937: «Scrivo: *** abbi pieta'. E poi?») che ricorreva in moltissime pagine del testo senza che dalle frequenti citazioni fosse consentito al lettore di diradare il mistero di una identita' ostinatamente celata. Nascosta dagli asterischi, la «donna dalla voce roca» fu condannata all'oblio o, peggio, ad affidare la propria sopravvivenza esclusivamente alla forza degli stereotipi che PAVESE riusci' a cucirle addosso: alcuni fulminanti per la loro banalita' (3 agosto 1937: «Una donna che non sia stupida, presto o tardi, incontra un rottame umano e si prova a salvarlo. Qualche volta ci riesce. Ma una donna che non sia una stupida, presto o tardi trova un uomo sano e lo riduce a rottame. Ci riesce sempre»), altri piu' sofferti, segnati da un rancore cupo, alimentati da una devastante autocommiserazione: 17 gennaio 1938: «...tu hai passato otto mesi di angoscia, hai sofferto nella carne l'orrore del tradimento, hai sofferto l'orrore della solitudine come esclusione, sei stato lasciato nell'avvilimento piu' atroce (quello dell'uomo di cui si dice: ''E' un pesce. L'ha mandato al confino e poi si e' fatta fottere da un altro''), eppure sei scomparso, hai vivacchiato come hai potuto, hai perdonato e riteso la mano...». A quarant'anni di distanza, quando nel 1990 Il mestiere di vivere fu ripubblicato in edizione rigorosamente integrale, tutto l'assetto originario del diario era stato ripristinato con grande scrupolo filologico e anche i tre asterischi erano stati aboliti e, se non altro, alla «donna dalla voce roca» era stato riconosciuto il diritto a chiamarsi Tina; solo questo, pero'. Ma Tina non e' solo un incidente filologico dei curatori di quel Diario, una variante di cui una rigorosa edizione critica avrebbe dovuto necessariamente tener conto; questa Tina di cui parlano frequentemente i documenti delle Questure e delle Prefetture di mezza Italia ha, oltre che un nome, anche un cognome che le restituisce-finalmente- una identita' compiutamente definita, quella di Tina Pizzardo, antifascista, piu' volte arrestata tra il '27 e il '36. Un percorso biografico, di cui l'incontro con PAVESE, avvenuto nel novembre del 1932, rappresenta un segmento importante, significativo, ma non in grado certamente di riassumere da solo lo spessore e la complessita' di una vicenda umana cosi' segnata dall'impatto con la politica, cosi' dislocata in ambiti totalmente estranei alla banalita' delle immagini femminili delineate dallo scrittore piemontese. Certamente per Tina quella del 1933 fu proprio una "bella estate". Il 31 luglio incontro' Cesare PAVESE durante una gita sul Po. Si rividero pochi giorni dopo, il 9 agosto, per un'altra passeggiata in barca e questa volta si tratto' del loro primo vero appuntamento. Sempre ai primi di agosto, conobbe un comunista, ebreo, polacco, Herik Rieser «malandato in salute, goffo, timidissimo»: a lungo, negli anni successivi, i rapporti con questi due uomini avrebbero scandito la vita di Tina, assorbendone lo slancio vitale fino a lasciarla esausta. Con PAVESE, Tina si incontro' per altre tre volte in quello stesso agosto: «pensavo a lui con rapimento, perche' era un poeta, un artista, una sorta di superuomo che mai avevo pensato di poter conoscere». In quei primi convegni, d'estate, sul fiume, nell'ambiente naturale di PAVESE, Tina fu come preda di un vero e proprio straniamento. Il comportamento dell'altro sembrava fatto apposta per acuirne desideri e curiosita': il 18 agosto, PAVESE le suggeri' l'opportunita' di sospendere le loro passaggiate; Tina accetto', consapevole che quel momentaneo rifiuto avrebbe pero' accentuato il suo interesse e la sua determinazione nel conquistarlo. Nell'immediato, pero', alla sospensione dei loro incontri segui' una brusca impennata del rapporto con Herik: «se avessimo continuato a vederci - ricordera' in seguito Tina - non sarei andata a cercare il compagno H. e le nostre vite avrebbero avuto chissa' quali svolte> >. Invece, la sera del 5 settembre Tina ando' a trovare Herik a casa sua e, a modo suo, se ne innamoro':.... Il 25 gennaio 1934 ritrovo' PAVESE a casa di Barbara Allason. Dal 27 gennaio, prendendo a pretesto le lezioni di inglese, presero a vedersi tutti i giorni. Il 25 febbraio, soli in casa, si scambiarono i primi baci: Tina era esultante, convinta di aver trovato finalmente «un uomo forte, deciso, sicuro di se' che non avrebbe mai chiesto il mio conforto, la mia guida, la mia energia come gli altri tutti, amici, amiche, innamorati». Avverti' subito Herik: «nei giorni seguenti continuai a incontrarmi or con l'uno or con l'altro». Fu PAVESE a cedere per primo: il 5 marzo, chiedendogli di interrompere i rapporti con l'altro, si mise a piangere come un bambino, lasciando Tina assolutamente sconcertata («ricordo la delusione, il fastidio, l'imbarazzo per quei lacrimoni che venivano giu' a pioggia e rotolavano sul bavero del palto'»). Non era certamente con le lagrime che si poteva convincerla e Tina resto' con entrambi: «uno parlava poco di se' e si lasciava amare con ironica indulgenza, l'altro, purche' mi lasciassi amare, parlava molto e bene». Verso la fine di aprile, cosi', ci fu la sua " prima volta" con PAVESE: «un momento, solo un momento di lucida follia, d'abbandono, e mentre, rinsavita, mi rallegravo che non fosse successo niente, lui era gia' in ginocchio e diceva che ora dovevamo sposarci». Naturalmente non si sposarono ma vissero, comunque, un'altra «bella estate», intere giornate in barca, in quel paesaggio fluviale in cui PAVESE era come naturalmente portato a dare il meglio di se stesso, quasi che il timone di una barca, il senso di calma e abbandono delle piccole spiagge scavate dalle ampie curve del fiume, i rami protesi degli alberi in una verde galleria protettiva, fossero in grado di rassicurarlo, di lenirne angosce segrete e metterlo a proprio agio. Se ci fu un momento in cui Tina poteva veramente innamorarsi di lui, fu quello, ma passo' e, con l'inverno, quasi in una scansione meteorologica della loro storia, fini' anche l'incanto del fiume, della barca, delle nuotate, e dei corpi liberi di abbronzarsi e di tuffarsi. Nel suo Diario, Tina ci regala un'immagine invernale di PAVESE che e' gia' piu' di un addio. Con i suoi amici aveva organizzato una gita in montagna; PAVESE si era accodato. Ma in quel rifugio di alta montagna, tra giovani esuberanti, tutti sciatori provetti, PAVESE ebbe quasi un crollo fisico e psicologico: «Con occhi lacrimosi ogni tanto si lamentava piano: Tina! Un cane scacciato che guaisce, ecco cosa sembrava». Era la fine e Tina ebbe, nitida, la consapevolezza che non ci sarebbe stata mai piu' un'altra «bella estate». Pochi mesi dopo, il 15 maggio 1935, Tina fu di nuovo arrestata . Il 12 luglio fu ancora ammonita. Quest'altra esperienza carceraria, se pure piu' breve e meno traumatica della prima, lascio' il segno. Anche i rapporti con Herik e con PAVESE non potevano piu' reggere quel registro troppo sopra le righe, sempre piu' estenuante per le continue verifiche sui reciproci rapporti di forza. Qualcosa si ruppe nell'ottimismo e nello slancio vitale di Tina; ora era veramente «stanca di guerra». Paradossalmente, durante la detenzione, Tina era stata inopinatamente aiutata proprio dai suoi inquisitori a maturare la decisione di avviare il «nuovo corso»; le indagini ne avevano setacciato la vita privata, rovistando tra i suoi affetti, frugando nelle sue carte, inseguendo la sua intimita'. Gli inquirenti di Tina ora sapevano tutto, anche quella che lei stentava a confessare a se stessa. In questo senso il giudice istruttore le parlo' con cognizione di causa, emettendo una «sentenza» che, se non c'entrava niente con il procedimento penale avviato dopo l'arresto, per Tina fu come una sorta di rivelazione di cose che lei confusamente aveva sempre saputo: «il giudice... mi diede qualche consiglio. PAVESE era da scartare; un presuntuoso, uno che non sapeva vivere se aveva scritto a casa - e mi lesse il pezzo che suonava all'incirca cosi': ''qui giudici e carcerieri, tutti terra da pipe, potete immaginare come andiamo d'accordo''. Maffi deve essere un gran bravo figliolo, ma ha troppa voglia di ridere e giocare, e non ha una posizione. L'unico serio che da' affidamento e' il terzo: un gentiluomo». E il terzo era Herik. E proprio in quella malinconica estate del 1935, Herik le chiese di sposarla. Tina accetto'. Alla vigilia delle sue nozze, nel marzo del 1936, PAVESE torno' dal confino di Brancaleone Calabro dove era stato inviato dopo l'arresto dell'anno precedente; svenne alla stazione, appena arrivato, quando lo informarono del matrimonio di Tina e Herik. PAVESE si rifece vivo piu' volte; nel luglio del 1937 sembro' quasi che la «vecchia» Tina fosse sul punto di riaccendere antiche fiamme di trasgressione; non fu cosi' e in ottobre PAVESE le scrisse una lettera «di odio implacabile». Il 25 febbraio 1938, arrivo' un'altra lettera, questa volta a Herik: «Lei mi ha portato via la donna che amo. Si consideri schiaffeggiato». Herik l'accolse con stupita ironia, quasi con condiscendenza. Ma sono quelle frasi che, per chi le pronuncia, segnano una sorta di dichiarazione di resa, un punto di non ritorno. Un anno dopo, Tina e Herik ebbero un figlio e Tina e PAVESE non si incontrarono mai piu'.




Pubblicazione: 17-07-2002, STAMPA, NAZIONALE, pag.23

Sezione: Societa' e Cultura - Autore: PIVANO FERNANDA



        Cioccolata calda con Moby Dick

Per gentile concessione dell'autrice, anticipiamo uno stralcio dell'Autobiografia a cui sta lavorando Fernanda Pivano. L'editore non e' stato ancora scelto. Il brano e' relativo al 1938, quando la scrittrice aveva 21 anni e frequentava l'universita' a Torino, dove la famiglia si era trasferita da Genova.


Fernanda Pivano

CESARE PAVESE l'avevo rivisto quando era tornato dal confino, devastato dal dolore perche' Tina Pizzardo, l'unico grande amore della sua vita, aveva sposato un altro: pensava di trovarla ad accoglierlo alla stazione e invece aveva trovato Massimo Mila che gli aveva dato la notizia. Era svenuto, poi si era ubriacato ed era rimasto ubriaco non so quanti giorni, alla Fitzgerald. L'avevo rivisto in una piscina, dove prendevo il sole circondata da un gruppo di pretendenti o amici, con un costume da bagno di seta color granata appena arrivato da Vienna e lo splendore che conoscono solo le ragazze di vent'anni. Era arrivato insieme a Norberto Bobbio; come costume da bagno aveva un paio di calzoni di flanella grigia tagliati a zig zag senza orlo a meta' coscia e sorretti da uno spago, come vent'anni dopo a Cuba avrei visto sorretti i bermuda di Hemingway. Bobbio invece aveva un costume elegantissimo, come tutto quello che faceva e diceva. Si erano avvicinati sorridendo e da bravi ex professori mi avevano chiesto notizie della scuola. Gli avevo raccontato che Primo Levi e io, unici nel Liceo, non eravamo stati ammessi agli orali della maturita' classica, perche' il commissario professor Pasero, proveniente da Brescia, con un vistoso sovrappeso, un vestito bianco e un enorme distintivo fascista all'occhiello, aveva giudicato i nostri temi con un «tre», vale a dire rimandandoci agli esami di settembre in tutte le materie. PAVESE e Bobbio si erano messi a ridere, avevano fatto ridere anche me. Poi mi avevano chiesto cosa intendevo fare, avevo detto che avevo chiesto una tesi, gia' in primo anno da «secchiona» com'ero, in letteratura inglese per onorare il mio nonno scozzese; e il professor Federico Olivero me l'aveva assegnata sul Prometeo Liberato di Shelley. PAVESE mi aveva chiesto polemico (ma io non sapevo ancora i termini della polemica) perche' non me la fossi fatta dare in letteratura americana; e mi aveva fregata per sempre, perche' gli avevo chiesto che differenza ci fosse. Mi aveva risposto con uno di quei suoi sorrisi ironici che avevo poi imparato a conoscere cosi' bene: si era passato la pipa da un lato all'altro della bocca e mi aveva detto: «Lei non sa che ho introdotto io la Letteratura Americana in Italia». Mi ero sentita diventare rossa dalla vergogna e praticamente ho passato il resto della mia vita a cercar di farmi perdonare la mia ignoranza. Perche' quella sera PAVESE mi aveva lasciato in portineria A Farewell to Arms di Hemingway, A Storyteller's Story di Sherwood Anderson, The Leaves of Grass di Whitman e... eccola li', coperta da una carta da imballo arancione, L'Antologia di Spoon River, rilegata in nero, illustrata da disegni d'epoca. Ahime'. Avevo aperto il libro a caso e mi era capitata la poesia di Francis Turner, quella che dice piu' o meno: da ragazzo non potevo correre ne' giocare perche' avevo avuto la scarlattina... ma un giorno, baciando Mary con l'anima sulle labbra, l'anima d'improvviso mi volo' via. Mi sono innamorata, come dopo di me si sono innamorati migliaia di adolescenti, di quel volumetto disprezzato (l'ho saputo molti anni dopo) dalle accademie italiane e amato dai giovani che si ritrovavano in quel linguaggio cosi' lontano dal gergo della retorica fascista, in quella inesorabile incomunicabilita', in quella proposta antimilitarista, in quel sogno anticonformista e anticonsumista, in quel mondo di antieroi e di democrazia quale la si sognava ai tempi di Franklin Delano Roosevelt. Cosi', senza sapere ancora che esisteva il mestiere del traduttore e comunque senza immaginare che un giorno avrei dovuto lavorare per vivere, mi ero divertita a cercar di tradurre quelle poesie cosi' tenere e cosi' drammatiche, mettendo via via i fogli scritti a mano in un cassetto della mia scrivania (perduta anni dopo con tante altre cose per il disprezzo di Sottsass, che l'ha affidata a un falegname senza piu' farsela restituire). Intanto PAVESE aveva chiesto alla mia mamma il permesso di darmi lezioni di letteratura comparata: non poteva piu' insegnare nelle scuole governative perche' gli avevano tolto i diritti civili e per poche lire andava a fare lezione nelle scuole private. Veniva la mattina, dopo quelle scuole, e stava un paio d'ore nel mio studio (mio fratello e io avevamo due stanze ciascuno, una per dormire e una per studiare) e io stavo li' incantata ad ascoltarlo mentre con quella voce, quella voce, quella voce, mi faceva passare da uno scrittore all'altro di tutti i Paesi del mondo, cioe' no, di tutti i Paesi occidentali: l'Oriente lo avrei studiato anni dopo con Allen Ginsberg. Non esistevano ancora, o almeno io non avevo ancora, registratori e non mi lasciava prendere appunti, come gia' aveva fatto al liceo D'Azeglio: diceva che se le cose si capiscono si ricordano e se non si capiscono e' inutile prendere appunti. Mentre parlava fumava sigarette perche', diceva, davanti alle signorine non stava bene fumare la pipa; e io gli tenevo in un cassetto della scrivania le sigarette di allora, le Giubek, le Macedonia, le Xanthia, non ricordo: lui se le prendeva da se' senza interrompersi, e intanto parlava, sommesso, attorcigliandosi i capelli sulla fronte o tormentando gli angoli dei fogli sulla scrivania. Ma un giorno invece di aprire il «suo» cassetto aveva aperto quello dove tenevo i miei fogli: non sapro' mai se lo aveva aperto per sbaglio o per curiosita'. Li aveva guardati, ne aveva letto una decina, si era messo a ridere. «Ah», aveva detto. «Allora ha capito che differenza c'e' tra la letteratura americana e quella inglese». Mi vergognavo come una ladra, avrei voluto sprofondare sottoterra. PAVESE non ne aveva parlato piu', aveva ripreso la sua lezione (ricordo che quel giorno parlava di Stevenson) ma si era portato via il manoscritto e due giorni dopo mi aveva dato una lettera di incarico di Einaudi, il primo contratto della mia vita, mille lire a fondo perduto: io non sapevo cosa fossero mille lire, non avevo mai visto il denaro. Poi era finito l'inverno, e a primavera PAVESE aveva chiesto alla mamma il permesso di farmi lezione all'aperto. Cosi' avevamo cominciato ad andare in bicicletta, per lo piu' arrivando al viale che portava a Moncalieri, e li' ci mettevamo a sedere su una panchina e PAVESE mi leggeva e spiegava poesie, una poesia sua di Lavorare Stanca (non piu' di una se no non l'avrei ricordata, diceva), una poesia di altri poeti italiani, per lo piu' Eugenio Montale o Giuseppe Ungaretti o Salvatore Quasimodo o Umberto Saba, una inglese e una americana, confrontandole, spiegandomi verso per verso le differenze di prosodia, di stile, di linguaggio, di civilta'. Stava traducendo Faulkner, e a volte mi faceva vedere il testo con le sottolineature, rosse per le parole che aveva cercato sul vocabolario o che non aveva deciso come tradurre, e nere per le parole che si ripetevano. Aveva il vezzo di introdurre il piemontese nei dialoghi, per controbilanciare, diceva, il romanesco in voga nei film: alcune espressioni hanno resistito alle innumerevoli revisioni delle sue traduzioni che erano state fatte nel corso degli anni, per esempio «madamina», o il «neh» onnipresente in Piemonte. Mi costringeva a capire i problemi della traduzione letteraria, il problema base di cancellarsi per «diventare» lo scrittore tradotto. Elio Vittorini stava traducendo Caldwell, e scriveva a PAVESE lamentandosi della censura: PAVESE mi faceva vedere le lettere. Ah, diceva PAVESE, lo costringono a sostituire la parola «seni» con la parola «cosce», sembra di sognare, diceva PAVESE. Intanto mi aveva fatto cambiare la tesi che avevo chiesto al professor Olivero, mi aveva fatto chiedere di lavorare su Walt Whitman. Il professore aveva accettato a malincuore, ma dopo qualche mese, chissa', forse dopo aver letto Whitman, me l'aveva rifiutata dicendomi che Whitman era uno scrittore «scabroso», non adatto a una «brava signorina> > come me. Quante risate avevamo fatto con PAVESE, che allora mi aveva detto di proporgli una tesi su Moby Dick. Ohi, ohi, il professore non aveva letto il libro. Gli avevo prestato la copia che PAVESE aveva praticamente confiscato alla Biblioteca Nazionale per tradurla per Frassinelli (il Frassinelli futurista e antifascista di allora) e dopo mesi di indugi il professore mi aveva detto che accettava la mia proposta, a condizione che spiegassi che la Balena Bianca per Herman Melville era «Satana». «Il demonio, il diavolo», mi aveva detto. Per fortuna quando mi ero laureata, nel 1941, a discutere la tesi era stato il grande francesista Ferdinando Neri, che mi aveva dato la lode e la dignita' di stampa. PAVESE era presente e eravamo andati a festeggiare l'avvenimento come facevano tutti gli studenti torinesi di allora al caffe' Fiorio, davanti all'universita' in via Po, con tutti i divani di velluto rosso e quell'aria vecchiotta ricorrente nei caffe' di Torino. Ma pochi sapevano che in quel caffe' era passato Herman Melville a bere la cioccolata. Con la tazzina di cioccolata in mano mi era parso di identificare PAVESE con Melville: e lui aveva riso, come non lo avrei visto ridere mai piu'.






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MessaggioInviato: Gio Set 25, 2008 04:19    Oggetto: ALESSANDRO PREZIOSI recita CESARE PAVESE Poesia Festival '08 Rispondi citando



E Cesare seduto nella pioggia sta aspettando da sei ore il suo amore ballerina...: sono versi di una vecchia, ormai vecchia, canzone che De Gregori intonava con la sua voce pensosa nei mitici, ormai mitici, anni Settanta; lo scroscio della pioggia faceva eco alle sue parole e sembrava di vederlo, Cesare, le spalle strette nel soprabito da adolescente, tremare e battere i denti mentre l'orologio segnava le sei del pomeriggio, e poi le sette, e poi mezzanotte. E solo allora Cesare si alzava, zuppo fin nel midollo e annichilito, e tornava a casa percorrendo le vie di una Torino grigia e fredda, lasciandosi alle spalle il sogno d'amore che per qualche tempo aveva rivestito i panni di Pucci, cantante di caffè concerto fidanzata all'uomo che l'aspettava, quella stessa sera, all'uscita opposta a quella dove Cesare stava consumando le sue speranze e la sua salute di liceale.

Fu così che Cesare Pavese, nella primavera del 1925, si ammalò di pleurite e dovette assentarsi tre mesi dalla seconda classe del liceo Massimo D'Azeglio, dove come professore d'italiano e latino aveva l'antifascista gobettiano Augusto Monti; un insegnante di cui, a leggerne ora il ritratto lasciato da un altro illustre studente, Massimo Mila, non si può far altro che rimpiangere di non averne avuti di simili, compiangendo nello stesso tempo tanti suoi colleghi dei tempi moderni: "quella scoperta dei classici che in genere si fa per conto proprio dieci, venti, trent'anni dopo la scuola, quando d'essere un arnese di scuola i classici, appunto, hanno cessato, Monti te la faceva far lì, seduta stante, con un insegnamento che ripristinava la vita in tutte quelle cose che la scuola tende a imbalsamare".

Ma Pavese non fu bocciato, nonostante la lunga assenza, quell'anno 1925, e con l'arrivo dell'estate fu di nuovo libero di andare con i compagni sul Po, a fare lunghe nuotate che scacciassero, almeno per un po', il tedio del corpo e il dolore dell'anima. Aveva diciassette anni; da poco aveva abbandonato la lettura del "D'Annunzio delle dattilografe" Guido da Verona, che forse aveva acceso e turbato le sue prime fantasie sull'altro sesso, per passare al D'Annunzio vero, e poi all'Alfieri, nel quale scopre l'orgoglio di essere piemontese e la tenacia della volontà, e poi a Tagore, di cui copia diligentemente in una lettera alcuni versi: "Non vi è forse gioia nel profondo del tuo cuore? Forse che ad ogni tuo passo la strada non echeggerà armoniosamente come un'arpa resa dolce dal dolore?". Pensava già alla poesia: "La poesia è dappertutto. Un qualunque sentimento è poesia. E questo dono divino è l'unica cosa veramente nostra, poiché la scienza è, sotto un certo aspetto, una realtà fuori di noi, è di tutti e di nessuno". Scriveva già in poesia: "Senza una donna da serrarmi al cuore / mai l'ebbi, mai l'avrò. Solo, stremato / da desideri immensi di passione / e pensieri incessanti, senza meta...".

La poesia e la donna. Già da allora strette, avvinte, fuse in un unico grido che percorrerà tutta la vita di Cesare Pavese: una vita iniziata a Santo Stefano Belbo, in provincia di Cuneo, nel 1908 e terminata a Torino, in una stanza dell'albergo Roma, una calda notte di fine agosto del 1950. Esattamente cinquant'anni fa. In quella stanza, dopo, trovarono, scritte di pugno da Pavese, parole riprese da Majakovskij: "Non fate troppi pettegolezzi". Pavese era diventato davvero un "fucile sparato". Nei quarantadue anni che separano la cascina di Santo Stefano - la campagna piemontese, i sentieri tra le vigne, le colline, la gente aspra silenziosa e forte - e l'albergo Roma - Torino, la città dove le vie non finiscono mai, dove si poteva godere della "faccia sempre diversa della gente sui cantoni più familiari" - Cesare Pavese ha messo in gioco tutto se stesso con il vigore e la fermezza coi quali riconosceva, pochi giorni prima di morire, di avere "dato poesia agli uomini"; ha "fatto" cultura nel senso proprio, più creativo, del termine, imprimendole una serie di spinte e accelerazioni dagli effetti di lunga portata; è stato, insomma, un protagonista della vita intellettuale, al centro di una rete di relazioni e amicizie che compongono sotto gli occhi di chi le osserva la geografia di quel che di meglio è stato scritto e detto in Italia tra le due guerre e anche dopo: oltre ai già citati Monti e Mila, incontriamo Norberto Bobbio, Mario Sturani, Leone Ginzburg, Giulio Einaudi, Giaime Pintor, Fernanda Pivano, Davide Lajolo (autore di una biografia pavesiana che si legge come un romanzo e si medita come un saggio), Vittorio Foà. Pavese, con gli occhiali allentati sul naso e il passo delle Langhe, ha camminato per vent'anni sulla strada maestra della letteratura, scambiando e divulgando esperienze narrative, proprie e altrui, di grandissimo spessore: come scriveva a Monti sulla foto ricordo dell'ultimo anno di liceo, "senza citazioni e senza frasi, ché lei ci ha insegnato a porre l'ultima cosa nella vita i letterati. Le mostreremo la nostra riconoscenza con le nostre opere".

Le sue opere: quelle di narrativa sono tante, e gli valsero la notorietà e un premio Strega; quelle di poesia solo due: Lavorare stanca, la cui prima edizione è del 1936, e Verrà la morte e avrà i tuoi occhi, dedicata a Costance Dowling, l'ultima donna della sua vita, uscita postuma. Trovarono l'originale nel suo ufficio alla Einaudi, già dattiloscritto e ordinato, insieme a quello de Il mestiere di vivere, il diario che Pavese incominciò a scrivere quando era al confino a Brancaleone Calabro, nel 1935. Si tratta di un diario singolare, dove l'esperienza letteraria e quella umana si compenetrano e si fondono, a riprova del fatto che esse furono ugualmente importanti per il poeta e la sua opera. Vi si trovano pagine illuminanti sulla poetica di Pavese, dichiarazioni sulle proprie capacità di innovatore di stile e letture critiche di opere altrui; accanto a queste, e sempre più spesso col passare degli anni, compaiono sfoghi brucianti sulla propria vita e sulle proprie delusioni amorose e riflessioni sul "vizio assurdo", la morte, che per Pavese fa tutt'uno con l'idea di suicidio. Nel 1926 Elio Baraldi, amico e compagno di scuola, si spara. Pavese è sconvolto, non riesce a pensare ad altro: quell'annientamento di sé che racchiude coraggio estremo, ecco, è sotto i suoi occhi proprio per mano di un amico che aveva sempre considerato più sicuro di sé e fortunato con le donne; per il poeta, che già a diciotto anni sentiva salire la febbre del vizio assurdo, e scriveva "Pavese è morto", è un fatto che non sarà più dimenticato. A diciotto anni Pavese era impietoso con se stesso: "incapace, timido, pigro, malcerto, debole, mezzo matto, mai, mai potrò fermarmi in una posizione stabile, in ciò che si chiama la riuscita della vita. Mai, mai". Più avanti lui stesso scriverà che questa era la sua sifilide, il buio labirinto da cui non è possibile uscire se non a tratti, guidato dalla poesia - "qualcosa che duri eterno" - o dalla donna.

La prima donna della vita di Pavese, sua madre, lasciò un imprinting molto forte. Rimasta vedova con due figli, la prima di dodici e il secondo, Cesare, di sei, indossa da quel momento, come si dice, i pantaloni di casa. Poca tenerezza e molta autorevolezza sono le coordinate entro le quali gestisce la casa di Torino, la cascina di Santo Stefano Belbo - venduta nel 1916 perché troppo impegnativa da condurre - e successivamente la villetta di Reaglie, sulla collina torinese, e l'educazione dei figli. A tavola silenzio, e si mangia quello che c'è, piaccia o no. Il bimbo Cesare sopporta l'austerità della madre e la perdita del padre chiudendosi in un suo mondo fatto di poche parole e molti vagabondaggi, quando è a Santo Stefano, per i boschi. Quando è a Torino, almeno i primi anni, conta i giorni che lo separano dalle vacanze estive in quel paese dove tutto è diverso, persino il rumore del vento che porta gli echi lontani del mare laggiù, oltre Canelli, oltre la strada che porta a Genova. Nasce qui, ora, il desiderio della fuga dalla gente, l'anelito della lontananza che lo porterà, più tardi, a viaggiare sulle onde delle pagine di tanti scrittori americani che tradurrà e farà conoscere nella strapaesana Italia. È ancora a Santo Stefano che conosce Pinolo Scaglione, il più piccolo di una famiglia di falegnami: questo ragazzino autodidatta e molto sensato, diventato poi uomo buono e solido, custode delle memorie delle Langhe, sarà il suo amico di sempre. A lui Pavese si rivolgerà per l'ultima volta negli ultimi due anni di vita, per raccogliere le vicende delle Langhe, le tradizioni, le parole della gente, i loro drammi; tutto quello che confluirà poi ne La luna e i falò, il romanzo che, come ha scritto Layolo, "riapre e conclude per sempre l'eterno dialogo che Pavese ha aperto con se stesso, con la natura e con il mondo fin dagli anni della fanciullezza. Dialogo tra il mondo reale e il mondo simbolico, il primo con i suoi tragici fatti concatenati, il secondo nel ritmo incantato dei suoi simboli e delle sue immagini".

Realtà e simbolo: sono i due poli attorno ai quali ruota tutta la poetica di Pavese. Lui stesso ne era consapevole. In una delle due appendici a Lavorare stanca, quella in cui dichiarava conclusa la sua prima stagione di poesia, scriveva: "È certo che anche stavolta il problema dell'immagine terrà il campo. Ma non sarà questione di raccontare immagini, formula vuota, perché nulla può distinguere le parole che evocano un'immagine da quelle che evocano un oggetto. Sarà questione di descrivere - non importa se direttamente o immaginosamente - una realtà non naturalistica ma simbolica. In queste poesie i fatti avverranno - se avverranno - non perché così vuole la realtà, ma perché così decide l'intelligenza". Sforzo supremo di creazione razionale che attinge all'humus più profondo, alle radici stesse dell'esistere. Saranno le ultime poesie:


Verrà la morte e avrà i tuoi occhi -

questa morte che ci accompagna

dal mattino alla sera, insonne,

sorda, come un vecchio rimorso o un vizio assurdo.



Partito dalla realtà oggettivata nella poesia-racconto di Lavorare stanca, Pavese approda così a un acceso simbolismo che è, allo stesso tempo, rivelazione di un destino e di una vita intera.

Pavese incontra il suo destino nel 1929, al penultimo anno di università. Gli si presenta in vesti femminili, colei che egli ha chiamato "la donna dalla voce rauca". Si chiama Tina, è un'insegnante di matematica iscritta al partito comunista clandestino, il suo precedente fidanzato è Altiero Spinelli. Ha un carattere duro e deciso, è forte e volitiva. Pavese se ne innamora: la sua presenza e il suo ricordo segneranno tutta la sua vita perché in lei il poeta coagula tutto il mondo di simboli e speranze e separazioni che già sentiva delinearsi nella sua mente. A lei dedica poesie di struggente, epica bellezza:


L'ho creata dal fondo di tutte le cose

che mi sono più care, e non riesco a comprenderla.



Non la comprenderà mai, come anche gli sfuggiranno tutte le altre donne amate e perdute nel ricordo di questa: la prima, l'unica.

Nel 1930 Cesare Pavese si laurea in lettere con una tesi su Walt Whitman. Svanita la possibilità di andare alla Columbia University, il giovane non smette di occuparsi di America; nei primi anni Trenta pubblica saggi e articoli su scrittori e poeti come Sinclair Lewis, Anderson e Lee Masters. Non è cosa che renda ricchi, anzi, il problema di come mantenersi, anche se vive a casa della sorella Maria, che nel frattempo si è sposata, comincia a porsi con una certa urgenza. Ed ecco allora Cesare Pavese, poco più che ventenne, alle prese con classi di liceali. C'è una foto che lo ritrae, circondato da fanciulle, in occasione di una visita del Principe Umberto: lo si intravede alle spalle del principe, gli occhiali sul naso e l'aria di chi si mette in punta di piedi per non sparire. Ma questi, in realtà, sono anni di intenso lavoro e probabilmente, almeno in parte, di serenità: "studierò e lavorerò per fare della mia vita la cosa migliore e più bella di cui sarò capace" scriveva. E in effetti studia, dà lezioni private, a un certo punto, su insistenza della sorella, si iscrive anche al partito fascista per avere la possibilità di insegnare nelle scuole pubbliche (ed è una cosa che, anni dopo, ancora rimproverava a Maria: "a seguire i vostri consigli, e l'avvenire e la carriera e la pace ecc., ho fatto una prima cosa contro la mia coscienza"); traduce moltissimo dall'inglese, e questa sua attività ha un'importanza, non solo sulla sua formazione umana e artistica ma per tutta la cultura italiana, ancora oggi fondamentale. Grazie a lui - e a Vittorini e Cecchi, il cui ruolo fu analogo - lavori di Melville, Dos Passos, Joyce, e più avanti di G. Stein, di Faulkner e di Steinbeck - cominciarono a circolare in un'Italia dove imperava il clima oppressivo e conformistico imposto dal regime fascista, da un lato, e dall'altro - Aventino della letteratura - la prosa d'arte raffinatissima e totalmente avulsa dalla realtà. Pavese trova negli americani qualcosa che lo spinge a continuare per una strada che nel 1930, quando cioè scrive I mari del Sud e Ciau Masino, ha già imboccato con una certa sicurezza: quella della "scoperta" del dialetto e della provincia come serbatoio di realtà a cui attingere per dare corpo e spessore a una pagina scritta che non sia puro esercizio letterario ma presa diretta della vita, o ancor più la vita stessa. Ed è già tanto consapevole della portata innovativa del suo sperimentalismo, e della sua autonomia, da scrivere "non è letteratura dialettale la mia - tanto lottai d'istinto e di ragione contro il dialettismo -; non vuole essere bozzettistica - e pagai d'esperienza; cerca di nutrirsi di tutto il migliore succo nazionale e tradizionale; tenta di tenere gli occhi aperti su tutto il mondo ed è stata particolarmente sensibile ai tentativi e ai risultati nordamericani, dove mi parve di scoprire un analogo travaglio di formazione".

In quei primi anni Trenta, Giulio Einaudi fonda la sua casa editrice, cosa della quale gli siamo ancora tutti debitori; vi lavorano, insieme al fondatore, Ginzburg, Sergio Solmi e naturalmente Pavese. Nel frattempo Pavese si prepara al concorso ordinario a cattedre per italiano e latino; ma proprio allora, il 13 maggio 1935, la polizia irrompe in casa sua e trova lettere che Altiero Spinelli, ancora in carcere, aveva scritto a Tina; per farle un piacere Cesare aveva accettato di riceverle a proprio nome passandole poi alla donna senza aprirle. Tanto basta alla polizia fascista per incarcerarlo a Regina Coeli e poi mandarlo al confino a Brancaleone Calabro con una condanna a tre anni (ne sconta poi meno di uno). Da quel paese, lontano anni luce da Torino, dalla sorella, dagli amici e dalla donna dalla voce rauca, Pavese scrive lettere dove racconta la sua piccola vita quotidiana, chiede libri, e alterna momenti d'insofferenza per un destino incrociato per sbaglio - lui, in realtà, non aveva mai fatto realmente attività politica, né desiderato farne - a momenti in cui la sua altissima concezione della dignità personale, quella che è stata definita il suo "dover essere", gli impedisce di metter mano alla domanda di grazia che da più parti gli viene sollecitata. E non è solo questo a impedirglielo. Scrive a una signora, amica di famiglia, che gli raccomandava di chiederla, quella benedetta grazia: "La domanda che lei mi consiglia la farei senz'altro, perché non me ne importa un fico, ma se un uomo fa di queste cose la donna si vergogna di lui".

La donna dalla voce rauca, durante il confino, gli scrive qualche cartolina. Lui risponde: "Ti ringrazio di tutti i pensieri che hai avuto per me. Io per te ne ho uno solo e non cessa mai". E intanto esce Lavorare stanca per le edizioni Solaria. Pavese riceve il pacco alla metà di gennaio del 1936 e scrive a Carocci, allora direttore della rivista: "Lacrime, tripudio, auspici, bicchierata: tutto da solo". Reazioni della critica: zero; del pubblico, manco a parlarne. La raccolta verrà ripubblicata nel 1943 da Einaudi, in una redazione aumentata e modificata che ospita poesie posteriori al '36 e che rivela quanto l'idea di poesia, nel frattempo, fosse cambiata. Era successo che il discorso ampio, largo, oggettivo della poesia-racconto (quella dei Mari del Sud, degli Antenati), le cui suggestioni epiche facevano nascere un verso che andava ben oltre il tradizionale endecasillabo, aveva trovato la sua collocazione naturale nella prosa - ricordiamo che tra il '36 e il '43 Pavese scrive buona parte dei suoi romanzi e dei suoi racconti - mentre la poesia, già al tempo del confino, aveva cominciato a recuperare un'accezione lirica che rivelava quanto l'espressione in versi fosse, per Pavese, legata alle sue più dolenti ragioni personali: la concezione della donna e dell'amore come mete irraggiungibili. La tragedia amorosa si era appena compiuta: ottenuta all'improvviso la grazia, nel marzo del 1936 Pavese prende il treno, arriva a Torino dove trova alla stazione l'amico Sturani. Gli chiede subito della donna dalla voce rauca, di cui non aveva notizie da più di un mese. "Non ci pensare più - è la risposta - si è sposata ieri". Un tonfo. La valigia cade a terra, Pavese con essa. Per lui, in quel momento, è come se si fosse rivelata la cifra di un destino di solitudine, di impossibilità. Mai una donna, mai una famiglia, mai un focolare. Desideri semplici, caldi, buoni, che gli saranno sempre negati. Dopo quel tradimento le donne, tutte, saranno rappresentate da Pavese come un frutto di carne da godere per un momento dopo averlo strappato dall'albero, o come l'indifferenza e l'infedeltà personificate: "È bella come una capra - scrive ne Il carcere, parlando di Elena - qualcosa tra la statua e la capra. Veniva dalla montagna ed era proprio una capra, pronta a tutti i caproni".

Era già iniziata la scoperta del mito. I miti che Pavese metterà nei suoi libri, con la disperata e ferma convinzione che solo lì risiede la chiave per leggere il mondo, per viverlo: "il mito - scriveva - è un fatto avvenuto una volta per tutte che perciò si riempie di significati e sempre se ne andrà riempiendo in grazia appunto della sua fissità, non più realistica. Esso avviene sempre alle origini, come nell'infanzia; è fuori dal tempo". Tutto è nell'infanzia, anche l'esperienza della separazione e, di conseguenza, della solitudine, a cui si oppone il desiderio eterno del ritorno, del ricongiungimento al tempo e al luogo della preistoria di noi stessi. Ed ecco che i suoi libri si affollano di personaggi che tornano, che si spostano dalla campagna alla città, che vivono le medesime esperienze di solitudine e sradicamento condensate nella figura di Anguilla, il trovatello delle Langhe partito per l'America e tornato, dopo tanti anni, per non più ritrovare ciò che aveva lasciato, salvo l'amico Nuto, che però è cambiato anche lui. Ora racconta con ritrosia quel che è accaduto: c'è stata la guerra, la resistenza, i morti; c'è ancora la miseria più nera.

La guerra e la resistenza Pavese le visse a Torino, lavorando ormai in pianta stabile per Einaudi. Le visse da assente, chiuso in un suo "fare" privatissimo, in un'attività letteraria che è l'unico elemento rivelatore di un'opposizione al regime che non si tradusse mai nella partecipazione politica attiva e diretta alla guerra partigiana; proprio durante gli anni della guerra Norberto Bobbio gli presenta Fernanda Pivano, giovanissima, che ricorda al poeta di essere stata sua allieva. Una donna, ancora, mascolina, forte e volitiva. Fanno lunghe passeggiate in bicicletta, lunghe chiacchierate, finché Pavese le chiede di sposarlo per due volte; e per due volte riceve un rifiuto. Le date sono riportate nella funebre epigrafe che apre Feria d'agosto: "In memoria - una croce - 26 luglio 1940-10 luglio 1945". Per lei scrive tre poesie che inserirà nella redazione definitiva di Lavorare stanca: Mattino, Estate, Notturno. Sono le poesie in cui si consuma definitivamente l'esperienza della poesia-racconto, della quale resta solo l'ampio verso, e si rivela la dolorosa consapevolezza di una solitudine senza sbocchi: la donna è evanescente e impalpabile, una nube dolcissima, bianca / impigliata una notte tra rami antichi; è la conclusione, di una dolcezza straziante, di Notturno. Il linguaggio, puro e tenero, punta tutto sulla potenza evocativa della parola: la poesia è, ora, lirica.

Dopo la Liberazione, e siamo agli ultimi cinque anni di vita di Pavese, l'uomo inizia un'intensa attività editoriale artistica. Il fascismo gli ha portato via un amico carissimo, Leone Ginzburg, ammazzato in carcere. Secondo la lucida analisi di Calvino, che proprio in questi anni gli fu amico, Pavese tenta di recuperare ciò che non aveva fatto durante la Resistenza: "La morale dei suoi classici, la morale del fare Pavese riuscì a renderla operante anche nella propria vita, nel proprio lavoro, nella partecipazione al lavoro degli altri. Pavese resta l'uomo della esatta operosità nello studio, nel lavoro creativo, nel lavoro dell'azienda editoriale, l'uomo per cui ogni gesto, ogni ora aveva una sua funzione e un suo frutto, l'uomo la cui laconicità e insocievolezza erano difesa del suo fare e del suo essere, il cui nervosismo era quello di chi è tutto preso da una febbre attiva, i cui ozi e spassi parsimoniosi ma assaporati con sapienza erano quelli di chi sa lavorare duro". E Pavese stesso scriveva "È appunto nostro intendimento - di Einaudi e di noi collaboratori diretti - collaborare alla costruzione del nuovo assetto economico-sociale e verso quel benessere collettivo frutto del lavoro collettivo". Pavese vive e respira l'atmosfera di grandi speranze e grandi progetti del dopoguerra: decide di iscriversi al PCI e va a Roma a organizzare la filiale della Einaudi. Lì conosce Bianca Garufi, passione bruciante, per cui scrive le poesie de La terra e la morte senza mai dimenticare che, per lui, "ciò che è stato sarà". Annota nel diario, il primo gennaio del 1946: "Anche questa è finita. Le colline, Torino, Roma. Bruciato quattro donne, stampato un libro, scritto poesie belle. Sei felice? Sì, sei felice. Hai la forza, hai il genio, hai da fare. Sei solo. Hai due volte sfiorato il suicidio quest'anno. Tutti ti ammirano, ti complimentano, ti ballano intorno. Ebbene? Non hai mai combattuto, ricordalo. Non combatterai mai. Conti qualcosa per qualcuno?".

L'ultimo qualcuno per cui Pavese desiderò contare qualcosa arrivò dal mare nel 1950, ancora sotto vesti femminili: era Costance Dowling, aspirante attrice americana. Ultima stagione d'amore. Pavese aveva vissuto anni artisticamente intensissimi: quattro romanzi scritti in due anni e un premio letterario ne avevano fatto un personaggio pubblico. La donna, forse, subisce il fascino della fama di intellettuale impegnato che circonda Pavese. La loro storia dura qualche mese, Pavese la suggella con parole che consegna, un mese prima di morire, a Lajolo: "È scappata di notte dal mio letto nell'albergo di Roma. Ed è andata nel letto di un altro, dell'attore che tu conosci. Come quell'altra, peggio di quell'altra. Ti ricordi quella di Torino? È lei che ha detto l'ultima parola tra me e le donne". Pavese e la donna: per Costance scrive Verrà la morte e avrà i tuoi occhi, a lei dedica La luna e i falò, quando la donna è già tornata là, oltre il mare da cui è venuta, lo stesso mare la cui voce lontana arrivava a Santo Stefano risalendo la strada di Genova e Canelli. Il rumore del mare, ora, esplode nelle orecchie di Pavese come un tuono, un rombo sordo che impedisce di sentire altri suoni, altre parole. Prende la penna l'ultima volta, annota sul diario "non scriverò più". E si arrende a se stesso, perdendosi negli occhi della sua morte.

Olivia Trioschi


Edizione elettronica di riferimento
www.club.it/autori/grandi/cesare.pavese/articolo.html




            Fernanda Pivano - PAVESE

            Un quadrifoglio per Pavese

Non stava bene, diceva, fumare la pipa davanti alle signorine. Così quando veniva a darmi lezioni di letteratura comparata, dopo il confino, quando gli avevano tolto i diritti civili e non poteva più insegnare nelle scuole pubbliche, gli facevo trovare le sue sigarette in un cassetto della mia scrivania (perduta insieme alla mia vita), così un giorno ha sbagliato, o ha detto di avere sbagliato cassetto, e ha trovato la mia traduzione di Spoon River. L'avevo fatta senza sapere che esisteva quel mestiere, solo perché mi ero innamorata, poco più che bambina, di quel ragazzo al quale, "baciando Mary con l'anima sulle labbra l'anima era volata via".

D'estate andavamo su una panchina di Corso Moncalieri e mi leggeva, mi spiegava, una poesia di Lavorare stanca, una di Ossi di seppia, una di Quasimodo: una sola, se no non l'avrei ricordata. Avrei passato delle ore ad ascoltarlo parlare, con una voce che avrebbe fatto morire di invidia qualsiasi attore, che, pare incredibile, somigliava vagamente a quella di Hemingway; avrei passato ore ad ascoltarlo mentre mi spiegava le sottolineature rosse o nere o blu alle parole di Faulkner del libro che stava traducendo o mi leggeva le lettere di Vittorini infuriato perché la censura gli imponeva di scrivere "cosce" al posto di "seni" nella traduzione di un Caldwell che stava facendo.

Di quel loro periodo eroico sono rimasti solo insulti accademici e diffamazioni di rivali invidiosi. Chissà dove sono i manoscritti sulla "carta da minuta", quella che costava meno. Chi lo sa. Ma dal mio cuore non usciranno mai.



Estratto da: www.classicitaliani.it/index920.htm

Edizione cartacea di riferimento
F.Pivano, "I miei quadrifogli", Frassinelli, Piacenza 2000

Edizione elettronica di riferimento
www.debris.it:8080/dossier/pavese/2.php



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