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Autore Messaggio
genziana



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MessaggioInviato: Lun Ago 23, 2010 11:05    Oggetto: ALESSANDRO PREZIOSI / LINK ACADEMY Roma 20-24/9/10 OPEN WEEK Rispondi citando




      ..................



TOPIC • www.alessandropreziosi.tv/forum/viewtopic.php?t=7186




ALESSANDRO PREZIOSI è Direttore Artistico di LINK ACADEMY

Accademia Europea d’Arte Drammatica .-. www.linkacademy.it

Dipartimento di "Performing Arts" della Link Campus University








            LINK ACADEMY: OPEN WEEK

            dal 2O al 24 settembre 2O1O


            corsi incontri stage spettacoli

            prossimamente dove? ROMA!



            > www.linkacademyweek.it


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pascale61



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MessaggioInviato: Lun Ago 23, 2010 11:35    Oggetto: Rispondi citando


Grazie per l'infos Genziana. Wink
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Helena x



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MessaggioInviato: Lun Ago 23, 2010 15:44    Oggetto: Ciao! Rispondi citando


Ciao ragazze!
Grazie molte Giuliana per informazioni!!!
"ANDIAMO A ROMAAAAAAAAAAAAAAA"!
/...uno scherzo piccolo..."/!
Dobbiamo lavorare!
Buona serata Helena!
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anticlaudia



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MessaggioInviato: Lun Ago 23, 2010 17:16    Oggetto: Rispondi citando


Grazie per tutte le novità!!!!E buon lavoro a chi ha ripreso!
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...<Gli angeli vengono se tu li preghi,e quando arrivano ti guardano,ti sorridono e se ne vanno....per lasciarti un sogno lungo una notte ma che vale una vita...vivilo a fondo perchè lui non torna più!>...(T.F.)

Antonella
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sissi66



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MessaggioInviato: Lun Ago 23, 2010 17:24    Oggetto: Rispondi citando


grazie davvero di tutte le news cara Giuly!! Wink
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Helena x



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MessaggioInviato: Lun Ago 23, 2010 17:28    Oggetto: Ciao! Rispondi citando


Ciao "sissi"!
Come stai???
Buona serata!
Helena! Wink
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sissi66



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MessaggioInviato: Lun Ago 23, 2010 19:19    Oggetto: Rispondi citando


Ciao Helena!!! io sto bene grazie, e tu??
io ho terminato la mia vacanza estiva, ma sono ancora in ferie Wink
Auguro una buona serata anche a te! Smile
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Helena x



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MessaggioInviato: Lun Ago 23, 2010 20:21    Oggetto: Ciao! Rispondi citando


Ciao "sissi"!
Io sto bene anche grazie!
Sono ancora a casa,ma a mercoledi vado a scuola!
Vacanze é stati bellissime!!!
Buona fortuna per te e tuoi cari!
Helena!
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*lisicris*



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MessaggioInviato: Mar Ago 24, 2010 09:37    Oggetto: Rispondi citando


ciao ragazze... Grazie dei link... Buona giornata a tutte
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Gloria93



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MessaggioInviato: Mar Ago 24, 2010 11:38    Oggetto: EDDA CIANO E IL COMUNIASTA su sorrisi n° 35 Rispondi citando



ha scritto:



Preziosi partigiano fa innamorare la figlia del Duce

TV - Stefania Rocca è Edda, la figlia di Benito Mussolini cui il padre fece uccidere il marito Galeazzo Ciano; Alessandro Preziosi è l'affascinante partigiano Leonida Bongiorno. Accade in <<Edda Ciano e il comunista>>, miniserie che racconta la passione tra la Mussolini e il giovane comunista nel 1945, mentre la donna è al confino a Lipari. A realizzarla, per Rai Fiction, sarà la casanova di Luca Barbareschi. Primo ciak a settembre.
T.L.


da tv sorrisi e canzoni n° 35


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anticlaudia



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MessaggioInviato: Mar Ago 24, 2010 11:48    Oggetto: Rispondi citando


Ragazze,ho trovato quest'articolo...è vero????

Preziosi per la chiusura del Pavese Festival

Alessandro PreziosiSANTO STEFANO BELBO - Il 27 agosto ricorre il sessantesimo anniversario della morte di Cesare Pavese: la Fondazione Cesare Pavese ha scelto di celebrare questa data con una programmazione ricca di appuntamenti che culminerà nella serata conclusiva del Pavese Festival 2010 con lo spettacolo di Alessandro Preziosi. 

Nel pomeriggio di venerdì 27 agosto in piazza Confraternita avrà luogo l'annullo filatelico delle cartoline commemorative realizzato in collaborazione con le Poste Italiane, mentre alle 18.30 nella Chiesa dei Santi Giacomo e Cristoforo si terrà un ricordo di Ernesto Treccani e Nicola Enrichens: verranno esposte alcune delle lettere che compongono la nutrita corrispondenza che ci fu tra quest'ultimo e Cesare Pavese. 


In serata, alle 21,30, piazza Confraternita sarà palcoscenico del recital "Il mestiere di amare", omaggio a Cesare Pavese, interpretato da Alessandro Preziosi, che propone un percorso dedicato allo scrittore: un lungo racconto, attraverso poesie e lettere, sulla comunicazione con le donne e col mondo e sulla solitudine, accompagnato dalle musiche di Andrea Farri.

La Fondazione Cesare Pavese mette a disposizione, al sabato e alla domenica, un servizio di visite guidate ai Luoghi Pavesiani con cadenza oraria a partire dalle 10. Web: www.fondazionecesarepavese.it


http://www.gazzettadasti.it/content/2010-08-24/preziosi-la-chiusura-del-pavese-festival

...spero di non aver sbagliato postandolo,se è così scusatemi...l'ho trovato girando su Internet...
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Antonella
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Helena x



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MessaggioInviato: Mar Ago 24, 2010 12:16    Oggetto: Ciao! Rispondi citando


Ciao ragazze!
Grazie Gloria per informazione!!!
Alessandro sará sicuro un unico!!!
Come sempre!!!
Grazie Antonella!!!
Questo sera 27.Agosto sará sicuro UN MAGICO!
MIO DIO CHE BELLE!
Bravo Alessandro! Bravo!!!
Stia bene a tutti!!!
Helena!
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genziana



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MessaggioInviato: Mer Ago 25, 2010 03:03    Oggetto: ALESSANDRO PREZIOSI Omaggio a CESARE PAVESE 27/8/10 FESTIVAL Rispondi citando








Torna, dal 18 giugno al 27 agosto 2010, il PAVESE FESTIVAL in una edizione speciale per il decennale. Dopo l’edizione del 2009 dedicata all’America, soprattutto dal punto di vista letterario,quasi come un ideale prosecuzione quest’anno il festival esplora l’universo cinema.
La lunga fedeltà dello scrittore verso questa nuova arte che Lorenzo Ventavoli ha sinteticamente rappresentato così: «Breve la vita felice di Pavese scrittore di cinema, lunga la vita quieta di Pavese spettatore di cinema» parte dall’America ma ritorna all’Italia, alla potente fioritura del neorealismo cinematografico.
L’amore per il cinema americano, di cui si parlerà nel corso dell’inaugurazione con Mariarosa Masoero e Lorenzo Ventavoli, resta intatto ma il nuovo cinema italiano rappresenta una fulminea rivelazione che ridimensiona la precedente passione d’oltreoceano in un momento in cui il mito giovanile dell’America s’incrina.
E’ questo il filone principale che l’edizione 2010 del PAVESE FESTIVAL intende esplorare attraverso l’ormai collaudata formula di fare interagire letteratura, cinema, teatro e musica per delineare un quadro d’insieme e coniugare intrattenimento estivo con la sempre miglior conoscenza dello scrittore nel contesto culturale del suo tempo.
La novità di questa edizione consiste in un percorso parallelo al festival di proiezioni di pellicole amate da Pavese e di film e documentari ispirati alla sua opera, da Antonioni alla coppia Straub-Huillét. Prenderà inoltre avvio una collaborazione scientifica con il nuovo Centre Pompidou di Metz (città natale di Jean-Marie Straub) attorno ai due film realizzati dal regista francese da « La luna e i falò » e dai « Dialoghi con Leucò ».
Invece la mostra di riferimento sarà dedicata a uno dei principali maestri dell’arte figurativa contemporanea, Mimmo Paladino, che sarà presente all’inaugurazione, con 38 tavole appositamente realizzate a commento de «La luna e i falò» e riunite in volume insieme al testo dell’ultimo romanzo di Pavese.
Il Pavese Festival fa parte del circuito Piemonte dal vivo e si conferma come esempio unico di collaborazione culturale tra le tre province del Piemonte meridionale (Cuneo, Asti, Alessandria), pertanto a partire da quest’anno è stato selezionato dal circuito «Festival of festivals» tra le manifestazioni italiane d’eccellenza.
Il Pavese Festival è organizzato dal Comune di S.Stefano Belbo e dalla Fondazione Cesare Pavese con il contributo di Regione Piemonte, Consiglio Regionale del Piemonte, Fondazione CRT, CRC e CRA, Compagnia di San Paolo, Provincia di Alessandria, Provincia di Cuneo, Comuni di ALICE BEL COLLE, CANELLI, CASTIGLIONE TINELLA, CAVATORE, CALOSSO, COSSANO BELBO, COSTIGLIOLE D’ASTI, MOASCA, SERRALUNGA DI CREA, UNIONE COMUNI SEI IN LANGA, COMUNITÀ DELLE COLLINE TRA LANGA E MONFERRATO, FONDAZIONE E. DI MIRAFIORE, CENTRE POMPIDOU DI METZ.


[ fonte: www.fondazionecesarepavese.it - 18 giugno 2010 ]



    VENERDÌ 27 AGOSTO 2010
    SANTO STEFANO BELBO (CN)


    Fondazione Cesare Pavese - Piazza Confraternita

    Ore 18,30
    Annullo Filatelico in occasione del Sessantenario della morte
    di Cesare Pavese
    Ricordo di Nicola Enrichens e Ernesto Treccani
    amici di Cesare Pavese e della Fondazione Cesare Pavese
    con esposizione di lettere autografe e documenti inediti


    Ore 21,30
    “Il mestiere di amare”
    con Alessandro Preziosi


    Ingresso gratuito


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genziana



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MessaggioInviato: Mer Ago 25, 2010 03:06    Oggetto: ALESSANDRO PREZIOSI al PAVESE FESTIVAL 2010 S. Stefano Belbo Rispondi citando



ha scritto:


Anniversari
La parabola umana e letteraria dello scrittore e il disagio di un'epoca



PAVESE

Quella generazione nata sotto la luna e i falò


Il 27 agosto 1950, in una camera dell'albergo Roma, a Torino, Cesare Pavese si tolse la vita. Nato nel 1908 a Santo Stefano Belbo, un paesino delle Langhe in provincia di Cuneo, Pavese è stato poeta, scrittore e formidabile traduttore di classici statunitensi, da Melville a Faulkner a Dos Passos. Fu arrestato per antifascismo e condannato al confino nel 1935: e l'impegno fu una delle costanti della sua vita. Nel 1950 vinse il Premio Strega con "La bella estate".



Martedì 17 Agosto 2010
di Renato Minore

Se oggi si pensa a Pavese, si deve pensare soprattutto all’ intellettuale con un ruolo essenziale nel transito dagli anni Trenta dei suoi primi libri alla nuova cultura democratica di cui è stato un protagonista che ha posto grande attenzione alle realtà della cultura popolare e contadina confluite nel neorealismo. Che è stato (oggi questo suo ruolo si è delineato con maggior chiarezza) un operatore culturale in grado di comprendere e diffondere aspetti ed esperienze della cultura europea e americana a noi del tutto estranee.
Pavese ha vissuto la sua partecipazione al presente con un senso della contraddizione tra realtà assai forti. Si chiamavano letteratura e impegno politico, esistenza individuale e storia collettiva, la presenza e la continuità di una memoria mitica e la possibile trasformazione del mondo. L’autentico contro il non autentico, la libertà contro una “socialità”, quella della società industriale massificata. L’individuo contro la folla anonima e sul filo di un percorso memoriale e metaforico. L’ideale contro il reale quando appaiono la rinunzia e la mutilazione, quando alla luminosità giovanile si sostituisce l’opacità adulta, con l’assoluta imprendibilità dell’oggetto amato, un perenne sogno dolce e torturante.
Quella di Pavese è una ininterrotta lotta per costruirsi come uomo e come scrittore. Più acquista sicurezza e coscienza di sé, più sente di essere altrove, di non poter coincidere con gli altri. La costruzione di sé significa cercare uno stile, trovare le forme che portino alla maturità e facciano uscire dalla fase adolescenziale di rapporto e scontro con il mondo. Ma c’è in agguato il pericolo dell’artificio: lo sguardo degli altri, il riflesso sociale possono trasformare lo stile in maschera. Pavese è scrittore che non possiederà mai la calma, ma l’ansia, l’orgasmo, lo sfogo psicosomatico dell’asma, la precocitas sessuale o l’impotenza psicogena, le palpitazioni e gli svenimenti tutte forme di mancato dominio dei propri nervi che lo perseguiteranno fornendo ogni volta nuove conferme dell’assenza costituzionale di calma-virilità.
Il diario, Il mestiere di vivere, è un monumento all’autodenigrazione, all’autodistruzione. Un modello di scrittura contro di sé. L’autodistruzione è prassi, ma anche analisi, teoria. “L’autodistruttore - scrive Pavese - è un tipo insieme più disperato e utilitario. L’autodistruttore si sforza di scoprire dentro di sé ogni magagna, ogni viltà, e di favorire quelle disposizioni all’annullamento ricercandole, inebriandone, godendole, ma vive in pericolo continuo: che lo sorprenda una mania di costruzione, di sistemazione, un imperativo morale. Allora soffre senza remissione e potrebbe anche uccidersi”.
Diventa difficile se non impossibile saper distinguere la costruzione di sé dalla fuga da sé, dal nascondersi agli altri, da non essere mai veramente come si è. Più ci avvicina alla maturità, alla costruzione di sé, più ci si sente minacciato dalla dissimulazione e dalla menzogna, dalla perdita di sé. Pavese resta - come è stato detto - uno scrittore che ha fatto della sua vita un pessimo romanzo, ma che ha trasformato in diario il romanzo di quella vita, con la sua lettura, per molto tempo e per un’intera generazione, obbligata come un oggetto di culto.
Con La luna e i falò Pavese trova il giusto equilibrio tra il mondo della sua fantasia (la sua mitologia) e quello del suo paesaggio naturale (le Langhe e l’origine contadina). Ma ormai gli è preclusa la strada da un’esperienza umana chiusa e implacabile. La solitudine dell’uomo si coagula proprio nella mitologia che lo conduce sempre più a distaccarsi dalla realtà del presente, divenuta insostenibile specchio di una condanna. Al di là della vana ricerca di una memoria felice, balenano tradimenti ed orrori che gettano un’ombra sinistra su tutto il mondo. Il passato e il presente l’origine e la fine si fissano nella insondabile ripetizione di una maledizione legata alla condizione umana.




Amava molto il "Messaggero"
Che lo ebbe fra le "firme" della Terza Pagina negli anni 40


Negli anni Quaranta, lo scrittore nato a Santo Stefano Belbo il 9 settembre 1908 e morto suicida a Torino il 27 agosto 1950, è stato una firma della Terza Pagina del "Messaggero" di Roma.
Pavese, ormai noto dopo il successo di Paesi tuoi, uscito nel maggio del 1941 per Einaudi, forniva, fra le credenziali a lui più care, proprio la sua collaborazione con "Il Messaggero". In un biglietto al direttore della rivista romana "Lettere d'oggi", Giambattista Vicari, annota affettuosamente: "A Roma potrebbe darsi che venissi quest'inverno a discorrere col mio "Messaggero". Naturalmente Le farei visita".
Il poeta piemontese scrisse per il quotidiano romano molti racconti. Non tutti furono pubblicati. Alcuni vennero rifiutati. Altri, copiosamente tagliati. Il suo impegno politico era bene noto e, dati i tempi, risultò sempre più "pericoloso". La forza di Pavese intimidiva e spaventava.











LE MANIFESTAZIONI

E il suo "Centro" espone testi inediti

Questa valle bisogna averla nelle ossa, come il vino e la polenta”, scriveva Cesare Pavese. La Valle del Belbo è la scena naturale di tante sue pagine, la cornice ineludibile. Si gira per le colline delle Langhe e ancora oggi - oggi che il paesaggio è profondamente mutato e la monocultura del vigneto ha cancellato alberi, prati, noccioleti, rive e siepi - si incontrano cascinali o frazioni che, nel nome, ricordano le vicende dei personaggi raccontati dallo scrittore. Fino a qualche anno fa da queste parti viveva Pinolo Scaglione, il “Nuto”, fraterno amico che gli ispirò soprattutto La luna e i falò, il suo ultimo romanzo del ritorno alle radici e anche del definitivo congedo dal mondo dei vivi dove il mito è come il riaffiorare estatico, una sorta di vertigine, una promessa di conoscenza alle rive del fiume Belbo o l’orizzonte di Cassinasco, accanto alle sagome delle colline-mammelle e alle vigne come vulva, “immersione nell’assoluto estatico, attesa tra incanto e terrore”. Pinolo era un caso pressoché unico di personaggio letterario trasformato in custode di un museo vivificato dalla sua presenza nella bottega di falegname, a metà strada tra Santo Stefano Belbo, “la metropoli delle Langhe”, e lo stradone di Canelli dove i genitori di Cesare passavano la villeggiatura. “Un paese ci vuole non fosse per il gusto di andarsene”, diceva Pavese. Negli ultimi tempi, prima di mettere fine alla sua vita a 42 anni, il 27 agosto del 1950, in una camera dell’albergo Roma, a Torino. quando dall’esistenza egli si sentiva “tagliato fuori per merito tutto mio”, il suo paese natale lo vezzeggiava, come una star, “come Rita Hayworth”. Lui osservava con fastidio il piccolo e feticistico trafficare municipale intorno alla sua persona, ma annotava: “Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti”. Ora Santo Stefano e l’intera Valle del Belbo hanno “imparato a conoscere il suo scrittore e ad appropriarsene con fierezza”, ha scritto Lorenzo Mondo. Per l’occasione dell’anniversario nei giorni appena trascorsi tutte le colline di Pavese sono state idealmente unite dal fuoco, decine e decine di falò accesi nei punti più panoramici delle Langhe con concerti, letture, recite, balli, feste, camminate notturne nei luoghi dello scrittore. “Un paese non è un paese se privato della propria anima”. Franco Vaccaneo, direttore del Centro, racconta dell’alluvione del 1994, il fango che sembrava aver distrutto le opere con dedica autografa, i testi che appartenevano alla libreria dello scrittore, le prime edizioni... Per fortuna la rovina non c’è stata. Ci sono stati, al contrario, il recupero coraggioso, un restauro esemplare e la scelta di questo nuovo spazio di studi e di ricerca dove possono confluire gli antichi e i nuovi lettori: quelli per cui Pavese non è un autore datato e liquidato. Così il giorno dell’anniversario nei locali della Fondazione, a conclusione di un anno pavesiano ricco di eventi, è previsto un “ricordo” degli amici dello scrittore Nicola Enrichens e Ernesto Treccani con esposizione di lettere autografe e documenti inediti e una lettura (“Il mestiere di amare”) con Alessandro Preziosi.

R.M.

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L'AMERICA E "LE AMICHE"

La critica Usa: "Antonioni anticipò "Sex & the City" "

Martedì 17 Agosto 2010

NEW YORK - Con Le amiche, girato nel 1955 e appena restaurato, Michelangelo Antonioni è stato il precursore del serial televisivo americano Sex & the City. Lo sostiene la critica cinematografica del Los Angeles Times, Betsy Sharkey.
La Sharkey riconosce che ad influenzare Antonioni, il quale all’epoca aveva 43 anni ed era agli inizi di una brillante carriera, è stata probabilmente la scrittrice francese Simone de Beauvoir con il suo famoso saggio Il secondo sesso, ben prima cioè dell’ondata femminista degli anni sessanta.
Simone de Beauvoir a parte, il film era tratto in realtà da un romanzo di Cesare Pavese intitolato Tra donne sole. Anche nella pellicola di Antonioni, che si svolge a Torino, le protagoniste sono ragazze aperte e libere sessualmente, e con i loro comportamenti le quattro giovani (interpretate da Eleonora Rossi- Drago, Valentina Cortese, Anna Maria Pancani, Yvonne Fureaux) ricordano molto le quattro newyorchesi contemporanee di Sex & the City (Carrie Bradshaw, Samantha Jones, Miranda Lambert e Charlotte York). Certo nel film italiano la vicenda assumeva risvolti ben più tragici, tanto che una delle ragazze moriva suicida.
Quando uscì, Le amiche fu accolto con molto favore dai critici e Antonioni vinse il Leone d’Argento alla Mostra del Cinema di Venezia.







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genziana



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MessaggioInviato: Mer Ago 25, 2010 03:12    Oggetto: PAVESE FESTIVAL 2010 S. Stefano Belbo (CN) 60° anniversario Rispondi citando



ha scritto:



Cesare Pavese


«La vita ha valore solo se si vive per qualcosa o per qualcuno»


Stefano Zurlo

A cent’anni dalla nascita (e mentre esce tra “i libri dello spirito cristiano” un volume di Gianfranco Lauretano che ne ripercorre la vicenda), viaggio nella vita e nelle opere di un autore che ha segnato la nostra storia recente. Perché, come dice il suo biografo Lorenzo Mondo, «ha perforato la crosta della realtà». Per fare i conti con il destino


«La vita ha valore solamente se si vive per qualcosa o per qualcuno». Basterebbe questa frase, tratta da La casa in collina, per cogliere lo spessore e l’inquietudine di Cesare Pavese. Autore pilastro del nostro Novecento, narratore senza arabeschi ombelicali. «Cesare Pavese - spiega Lorenzo Mondo, l’ex vicedirettore de La Stampa che da una vita lo studia - è uno scrittore religioso. E accanto a questo, o proprio per questo, è profondamente calato nella realtà. Non scrive per sé, perfora la crosta della realtà e ci porta in profondità».
Insomma, sgombriamo subito il campo dagli equivoci: la religiosità è quella di un uomo che fa a pugni con le cose e non ci conduce in regioni rarefatte o remote, ma dove i nervi scoperti della nostra coscienza vengono toccati uno a uno. Ecco perché a cento anni esatti dalla nascita, avvenuta a Santo Stefano Belbo il 9 settembre 1908, vale la pena riaccostarsi alla sua opera. Il suo lavoro, per così dire, di setaccio esistenziale è straordinario: Pavese ci conduce alle porte del destino, quello personale di ciascuno, e quello corale di tutti noi, scruta con la lente della sua scrittura l’anima umana, le sue infinite aspirazioni, le sue domande irriducibili, le sue in-certezze. Il tutto con una prosa, e talvolta una poesia, che è insieme epica e quotidiana, tesa al cielo e impastata di terra.
Prendiamo il finale de La casa in collina (romanzo in cui il protagonista, Corrado, scappa da Torino, sconvolta dai bombardamenti, si rifugia sulle colline, poi torna al paese natale nelle Langhe). Quell’immagine terribile dell’Italia lacerata dalla guerra civile, dal disastro seguito all’8 settembre. «Lo scrittore è fra i primi ad affrontare il tema della guerra civile e lo fa da par suo», riprende Mondo. «“Ora che ho visto cos’è guerra, cos’è guerra civile, so che tutti, se un giorno finisse, dovrebbero chiedersi: e dei caduti che facciamo? Perché sono morti? Io non saprei cosa rispondere. Non adesso, almeno. Né mi pare che gli altri lo sappiano. Forse lo sanno unicamente i morti, e soltanto per loro la guerra è finita davvero”. Queste parole disegnano una prospettiva che sfugge alle letture ideologiche».


Un uomo libero

In che senso? «Pavese nel Taccuino segreto ha ventilato una riforma del fascismo; poi dopo il ’45 si è infiammato per il comunismo, ma tutte e due le volte l’accostamento è stato personalissimo, non ortodosso. Pavese è un uomo libero. E ce lo dimostra anche quel brano: si sente la pietà, la pietà per i morti che non ha colore politico e che scandalizza i vincitori imbevuti della retorica resistenziale, si percepisce quell’ansia di verità, quell’intreccio così pavesiano fra vita, guerra, morte, destino».
Lo scrittore è tutto in quell’intreccio. Il suo fascino nasce in quel punto preciso. Così alto e così profondo. Così religioso e così terreno.
«Pavese gira e rigira su alcuni temi», nota Gianfranco Lauretano, studioso che ha appena pubblicato un libro di viaggi pavesiani. «Due, in particolare, mi colpiscono: il destino, inteso come qualcosa di incompiuto e incombente, e il ritorno; il ritorno alle radici, a casa, all’infanzia, all’origine... A un qualcosa che non si riesce mai ad afferrare». E accanto a questi temi ne scorrono, pagina dopo pagina, altri strettamente legati: la morte, la donna, la solitudine. Le grandi figure dei suoi romanzi portano, non cicatrizzata, questa grande ferita e le trame sono sopralluoghi pensati per scandagliare l’animo umano. Spesso dentro la cornice ineliminabile della tragicità.
«C’è una frase - riprende Lauretano - che dà in modo esplicito il senso di questo destino così pesante». Quasi uno scafandro che imprigiona l’uomo in corsa verso il proprio compimento. «La si trova ne Il diavolo sulle colline (storia di tre giovani studenti, dei loro vagabondaggi notturni e del loro incontro con Poli, un giovane ricco e debosciato; ndr): “Come - gridò Pieretto nel vento - non sai che quello che ti tocca una volta si ripete? Che come si è reagito una volta, si reagisce sempre?”».
Ecco che l’uomo, l’uomo che come i protagonisti di quel libro si dibatte per bucare la noia che lo attanaglia, è chiuso in quel sacco con le sue aspirazioni. Naturalmente, la complessità di Pavese non può essere ridotta con schemi prefabbricati e talvolta gli stessi protagonisti riflettono il dibattito interiore e l’oscillare delle considerazioni. Quasi double-face: «Non si impara a bastar da soli - ci dice Clelia in Tra donne sole - se non si è fatta l’esperienza in due». Ma poche pagine dopo, sempre Clelia incupisce: «Non c’è che essere stati insieme di notte sullo stesso cuscino, per capire che ciascuno è fatto a modo suo e ha la sua strada». E ciascuno va, inesorabilmente, verso un finale aspro, drammatico, tragico.


Fine annunciata

Perché Rosetta si uccide? Clelia, a un certo punto di questo libro strepitoso che sfoglia i pettegolezzi, i sentimenti, le perfidie, le illusioni e le disillusioni di un gruppo di donne sullo sfondo del suicidio prima mancato e poi riuscito di Rosetta, ce lo spiega consegnandoci una verità amarissima: «Rosetta Mola era un’ingenua, ma lei le cose le aveva prese sul serio». Appunto, come Pavese. «In fondo era vero che s’era uccisa senza motivo (...). Voleva stare sola, voleva isolarsi dal baccano; e nel suo ambiente non si può star soli, non si può far da soli se non levandosi di mezzo». Come farà Pavese il 27 agosto 1950, a soli 42 anni, con una morte che assomiglia molto a quella della ragazza.
Tra donne sole è il romanzo della solitudine e della morte. Ma prima, è anche il romanzo del ritorno. Vocabolo speculare al destino. Clelia torna a Torino, non vede l’ora di rivedere il vicolo buio in cui è cresciuta. «Il grande tema - nota Mondo - solo apparentemente laterale, è il ritorno impossibile, il passato irrecuperabile, le cose che si ottengono quando non servono più. E Clelia si scontra con la Torino d’alto bordo - vecchia e nuova borghesia, nobiltà polverosa e riconvertita - che è costretta a frequentare per il suo lavoro». Insomma, il ritorno a Torino non porta da nessuna parte. Solo alla morte di Rosetta.
Così come il viaggio a ritroso a Santo Stefano Belbo, il paese in cui era nato nel 1908, è un fallimento. «Pavese - insiste Lauretano - scava, scava, scava. Cerca quelle radici che potrebbero dargli un’identità, un’appartenenza, un senso. Ma anche qui la corsa affannosa verso il passato non colma il presente e le aspettative sul futuro. Quell’epigrafe all’inizio de La luna e i falò (storia di Anguilla e del suo ritorno dall’America, dove ha fatto fortuna, sulle colline delle Langhe in cui era cresciuto), “For C. Ripeness is all”, ovvero “Per C. Maturare è tutto”, non trova compimento».
Resta quell’incipit memorabile: «C’è una ragione perché sono tornato in questo paese, qui e non invece a Canelli, a Barbaresco, o in Alba... Chi può dire di che carne sono fatto? Ho girato abbastanza il mondo da sapere che tutte le carni sono buone e si equivalgono, ma è per questo che uno si stanca e cerca di mettere radici, di farsi terra e paese, perché la sua carne valga e duri qualcosa di più che un comune giro di stagione».
E resta quel “raspare” ostinato alla ricerca di se stesso. Con Anguilla che esprime un punto di vista che è di tutti noi, come fosse un coro greco: «Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra, c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti».


«O Tu, abbi pietà. E poi

Alla terra, la terra che l’ha generato, Pavese chiede la soluzione di quell’enigma che è la vita. La domanda, che torna coniugata con tutte le parole chiave del suo vocabolario così esistenziale, rimane conficcata dentro di lui. «C’è in proposito un episodio illuminante - spiega Mondo -: Rosa Calzecchi Onesti, che sta lavorando alla traduzione dell’Iliade, legge Prima che il gallo canti, il dittico che contiene La casa in collina e Il Carcere. E con intuito intravede ne La casa in collina un tormento religioso e gli augura di superarlo. Pavese le risponde così: “Quanto alla soluzione che mi augura di trovare, io credo che difficilmente andrò oltre il capitolo XV del Gallo. Comunque non si è sbagliata sentendo che qui è il punto infiammato, il locus di tutta la mia coscienza».
In effetti in quel capitolo Corrado entra in chiesa. E definisce quell’istante uno «sgorgo di gioia». «Pregare, entrare in chiesa - dice Pavese - è vivere un istante di pace, rinascere in un mondo senza sangue».
«Sicuramente Pavese ha avuto in quel periodo, dopo l’8 settembre, una crisi religiosa», aggiunge Mondo. «Padre Giovanni Baravalle, il padre Felice de La casa in collina, racconta di averlo confessato e comunicato il 1° febbraio 1944». Lui, ne Il mestiere di vivere, annota: «Ci si umilia nel chiedere una grazia e si scopre l’intima dolcezza del regno di Dio. Quasi si dimentica ciò che si chiedeva: si vorrebbe soltanto goder sempre questo sgorgo di divinità».
Ma sappiamo anche che quella pace, conquistata in quella chiesa, andrà in pezzi. Pavese vince il premio Strega, diventa famoso, e si ritrova solo. Ancora più solo. Nell’estate del 1950, dopo l’ennesima delusione amorosa, dopo essersi illuso di poter costruire un legame con Constance Dowling (la “C.” della dedica), la situazione precipita. Chiude il diario, Il mestiere di vivere, con un’ultima rabbiosa invocazione. «Scrivo: o Tu, abbi pietà. E poi?».


«Perdono tutti...»

Il 27 agosto 1950, domenica, si uccide a Torino con il sonnifero nella stanza 43 dell’Hotel Roma. Lascia un messaggio sobrio, majakovskiano: «Perdono tutti e a tutti chiedo perdono. Va bene? non fate troppi pettegolezzi». Sullo scrittoio c’è una copia dei Dialoghi con Leucò (dialoghi mitologico-filosofici). «In questo libro - è il pensiero di Mondo - affiora tutto il Pavese religioso, quello che non si stanca di indagare sul senso della vita. In uno dei vertici, il dialogo intitolato agli Dei, il divino viene proposto come un’esperienza, come un incontro che l’uomo moderno ha perduto, anche se “davanti al disagio, nell’ora incerta”, ne avverte la nostalgia».
Dunque è giusto chiedersi perché proprio quel libro abbia accompagnato Pavese nell’ultimo viaggio. «Credo che quella scelta non sia stata casuale», risponde Mondo. «Pavese sentiva che quel testo racchiudeva il senso più profondo della sua esistenza e della sua arte. Chissà, forse quella notte, l’ultima della sua breve vita, ha trovato la forza di sfogliarlo, come viatico e breviario, testimonianza della sola verità che gli era stata concessa».



TRACCE N.8 - Settembre 2008 - Rivista Internazionale di Comunione e Liberazione






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